Certe scuole organizzano dei simpatici pomeriggi in cui i genitori possono incontrare tutti gli insegnanti e parlare di come stanno andando i loro figli. La scuola allora si trasforma in una specie di mercato e i corridoi e le aule pullulano di tanta gente da fare invidia ai centri commerciali nei weekend prenatalizi. La festa, si fa per dire, dura tre ore circa (diciamo dalle quattro alle sette di sera) e, senza che si abbia il tempo, non dico di andare a farsi una pisciatina, ma nemmeno di alzarsi dalla sedia e sgranchirsi per cinque secondi le articolazioni, ciascun insegnante si deve sciroppare mediamente una quarantina di genitori accorsi alla sagra. Ora siccome in tre ore ci sono giusti, giusti centottanta minuti, il tempo medio dedicato ad ogni genitore è inferiore a cinque minuti (quattro minuti e trenta secondi, tanto per essere precisi). Che non è tanto, detto tra noi. Giusto il tempo di una stretta di mano, un sorrisetto compiacente, una strizzatina d’occhio, una battuta sul tempo o sulla febbre suina, buonanotte e arrivederci. Già dopo il decimo parente, generalmente l’insegnante non riesce più a ricordare chi è stato il primo genitore fortunato con cui ha avuto il piacere di conversare. Figurarsi cosa gli ha detto o non detto. Dopo il quindicesimo genitore, il prof inizia a vederci doppio o triplo. La lingua comincia a impantanarsi sempre di più dentro la bocca e tra le capsule, più o meno come il copertone di una ruota di bicicletta finita per sbaglio dentro una pozzanghera di fanghiglia. Anche il cervello da’ i primi segni di cedimento ma il prof continua indefesso nella sua lunga marcia verso il traguardo delle diciannove. Arrivato alla boa del ventesimo genitore, l’instancabile prof inizia a pensare che la festa stia quasi per finire ma non sa che fuori della porta c’è un codazzo di questuanti in fila indiana, che sembrano tutti come i clienti della banca Lehman Brother’s, il giorno del crack finanziario. Gli occhi del prof non distinguono più le righe del suo registro e le schiere di 4/5, 5+, 5/6, 6= gli sembrano dei geroglifici indecifrabili. La faccia del trentesimo genitore gli sembra di averla già vista due ore prima. Stretta di mano, risatina ebete, colpetto di tosse, rapido sguardo al registro e via di nuovo alla ricerca di qualche nuovo appiglio da sciorinare al papà ingordo di minuziosi suggerimenti di come il figlio potrebbe superare indenne il primo quadrimestre senza studiare tanto, una pozione magica insomma, tanto per fargli entrare in quella zucca semivuota due o tre nozioni e via. Entra finalmente la trentacinquesima mamma che si presenta in tuta olimpionica e con la faccia cremisi di chi ha passato l’intero pomeriggio in una palestra o in beauty center, neanche lontanamente paragonabile a quella dell’instancabile prof che nel frattempo è diventata pesta come quella di un pugile al termine del quindicesimo round. Il nostro povero prof è pervaso a questo punto da un forte senso di sconforto. Un senso di nausea si impossessa delle sue viscere. Un forte fastidio alle tempie. Un sentimento di disgusto o ripugnanza verso ogni essere umano lo attanaglia. Di avversione nei confronti del resto dell’umanità. Di palle gonfie, gonfie. Ed ecco che a questo punto compare sulla soglia dell’aula finalmente vuota l’ultimo zombie di questa giornata di merda. Il prof tira fuori la sua ultima cartuccia. Si schiarisce la gola con un leggero colpetto di tosse, non per darsi un tono ma perché le corde vocali hanno proprio smesso di rispondergli. Il corpo è tremulo, le gambe non lo sorreggono più. Sembra ubriaco fradicio. Cerca di alzarsi per accogliere col sorriso anche l’ultimo cliente di questa meravigliosa azienda che è la scuola. Sta per perdere i sensi, ma si riprende. Quel volto gli è insolitamente familiare. Cerca di ricordare, chiude gli occhi, come per concentrarsi. Dove l’ho vista? Sì, ecco ora ricorda, è lei. Deve essere proprio lei. Lei è la mamma di Franzoli, vero? Poi una nube di silenzio e un attimo di incertezza. Rapido scambio di occhiate e un punto interrogativo stampigliato sulla fronte di entrambi. Ma no prof, non mi riconosce? Sono la bidella. Sono venuta a spegnere le luci che qua è rimasto solo lei. Un tenue sorriso si riaccende sulla bocca dell’insegnante. Evviva ce l’ha fatta anche questa volta. E’ ancora vivo. La messa è finita. Andiamo in pace.
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