Un simbolo di fede?

Nelle classi dove insegno, manco a dirlo, il crocifisso non c’è. Nemmeno un santino o un’immaginetta sacra da usare come portafortuna. Niente.

Faccio lezione in aule senza ornamenti; come quegli appartamenti ultramoderni dove l’arredo è ridotto all’essenziale e dove il poco che c’è serve sempre a qualcosa.

Così ci sono i banchi, le sedie, una cattedra, una lavagna e un cestino per le cartacce. Il gessetto bisogna che l’insegnante lo chieda alle bidelle che lo custodiscono gelosamente in un armadio chiuso a chiave, perché c’è solo una scatola e quando finisce quella, chissà quando ne ricomprano un’altra. Anche il cancellino (che serve per cancellare la lavagna) qualche volta sparisce. Ma in questo caso la colpa è dei ragazzi che se lo lanciano nell’intervallo come fosse una palla e qualche volta finisce fuori dalla finestra e addio.

Le pareti sono sobrie e disadorne. Le cartine geografiche non ci sono più da quando è caduto il muro di Berlino; avrebbero dovuto comprarne di nuove ma, si sa, per queste cose i soldi non ci sono mai. Niente quadri, né poster, né foto.  In qualche classe c’è un calendario, poi una piantina della scuola con le vie di fuga, qualora fossimo colti di sorpresa da uno tsunami o un terremoto (ma non è un optional, è un obbligo di legge).

Il crocifisso, come dicevo, non c’è. Nessuno ne sente la mancanza evidentemente, nemmeno gli insegnanti di religione che pure potrebbero (e forse dovrebbero, se non altro come provocazione). Forse temono la perspicacia di questi giovani studenti che, trovandosi tra le mani un oggetto così ricco di significati simbolici, chissà cosa sarebbero capaci di farne.

Dio però c’è. I miei studenti lo citano spessissimo. A sproposito, si capisce, ma lo citano continuamente, in tutte le salse e in tutte le storpiature possibili. Bestemmiano sempre di più questi giovani. Chissà perché. Sempre meglio dell’indifferenza, potrebbe dire qualcuno e,   volendo essere magnanimi, potrebbe essere inteso persino come un segno di fede.

In una classe, esattamente sopra la lavagna, là dove trent’anni fa ci sarebbe stato appeso un crocifisso, ci hanno disegnato un bel simbolo fallico che nessuno (forse per falso pudore) ha osato cancellare. Pure questo è un simbolo. Un simbolo che testimonia molto bene la bestialità arcaica dell’uomo come pure la sua tragica modernità, la cui forma  ricorda ancora vagamente quella di un crocifisso e anche questo, volendo essere magnanimi, potrebbe essere visto come un segno di fede.  O no?

 

Chi l’ha visto?

Ogni tanto ‘sta storia del Crocifisso nelle aule di scuola torna alla ribalta delle cronache nostrane. In questi giorni se ne è riparlato perché la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, la cui opinione, a parte il clamore mediatico che suscita, ha più o meno lo stesso valore giuridico della mia (cioè una mazza), si è espressa in tema di simboli religiosi (in particolare il crocifisso) nelle aule di scuola su ricorso presentato a suo tempo da una cittadina europea (anzi italiana guarda caso).

Le pagine dei giornali sono piene in questi giorni di commenti alla sentenza, di repliche e dichiarazioni più o meno autorevoli e più o meno intelligenti.

Ora visto che il problema sembra essere tutto italiano e visto che di scuola ancora una volta parlano persone che evidentemente la scuola italiana non la frequentano da un pezzo, inviterei tutte queste premurose persone, che tanto a cuore hanno la questione del crocifisso,  ad informarsi se per caso già ora (quindi indipendentemente dalla sentenza della corte europea) ci siano dei crocifissi nelle nostre scuole.

Anzi a questo punto mi rivolgo a anche a voi, cari colleghi. Ditemi, ne avete visti di crocifissi voi?

Nella mia scuola non se ne trova uno neanche a pagarlo. Eppure qualche decennio fa ce n’erano eccome. Uno in ogni aula. Piccolino, una spanna sopra la lavagna,  sempre dello stesso tipo, come se qualcuno lo avesse fabbricato con lo stampino. Poi, chissà come, un bel giorno sono spariti tutti e nessuno se n’era accorto.

Ora in Italia non c’è cattolico (o chi si definisce tale) che non rivendichi la presenza del crocifisso nelle aule come una testimonianza simbolica della cultura cristiana e commenti la  pronuncia contraria della corte suprema europea di questi giorni come un oltraggio  non tanto alla fede nostrana quanto al messaggio cristiano che quel simbolo porta con sé di amore, di bontà e di giustizia per tutti i popoli.

Tutto giusto.

Peccato però che ‘sto benedetto crocifisso non ci sia più da anni. Non so chi sia stato a farlo sparire e sarebbe bello scoprirlo adesso visto che se ne parla tanto, ma di fatto ormai parlare del crocifisso nelle scuole è come parlare di una cosa che a scuola non usa più, come le penne stilografiche, i grembiuli neri o i fiocchetti  azzurri e rosa per i maschietti e per le bambine. E’ una cosa insomma che faceva parte della coreografia scolastica di inizio secolo e che ora è solo un tenero ricordo dei nostri governanti che appunto, essendo un po’ avanti negli anni, sono gli unici ad avere ancora quell’idea di scuola.

Certo in quanto a oggetti vintage posso dire che la scuola di oggi ne è ancora piena. Capita per esempio di imbattersi in cartine geografiche che raffigurano l’Europa di prima della caduta del muro, di vedere registri di classe identici a quelli già in uso nel ventennio fascista, per non parlare dei cessi alla turca (che sono spariti persino in Anatolia ma non nelle scuole italiane).

Propongo allora di fare un appello alla redazione di “Chi l’ha visto” per vedere se possiamo ritrovare questo povero Cristo, misteriosamente scomparso ormai qualche decina di anni fa, ma che, per fortuna, nessuno ha mai dimenticato.

Fatevi un giretto

Oggi si parla della riforma dell’università.  Dicono che è pronta. Il ministro Gelmini ha affermato che il suo collega del tesoro (il Tremonti, quello che tiene stretta la borsa dei soldi) le ha assicurato che le risorse finanziarie per la riforma ci sono.

A me basta solo che non pensino di utilizzare gli stessi soldi che hanno intenzione di tagliare alla scuola secondaria, perché allora così lo so fare anch’io il ministro della spesa.

Non me ne vogliano gli amici ricercatori, ma se solo sapessero delle condizioni in cui si è costretti a lavorare qui da noi. E guardate che non mi riferisco ai laboratori di scienze, alle aule di informatica, alle biblioteche o alle aule video, ma più semplicemente alla carta igienica nei cessi che immancabilmente non c’è, alle tazze del water divelte, al rubinetto dello sciacquone svitato,  alle maniglie delle porte che cadono a pezzi, alle pareti sfasciate, ai banchi di legno che sono gli stessi di venti anni fa.

Ma perché i ministri Tremonti o Gelmini non vengono a farsi un giretto in qualche scuola  italiana, una qualunque, tanto per dare un’occhiata alle risorse messe in campo e per vedere come sono costretti a lavorare gli insegnanti e come sono ridotti a studiare i poveri ragazzi di questo bel paese. Anche i genitori dovrebbero venire ogni tanto a farsi un giro da queste parti, giusto per vedere dove passano le giornate i loro figlioletti.

Non parlo per noi insegnanti, siamo tutti dei vecchietti disillusi prossimi alla pensione oramai, ma parlo di quella parte del paese che dovremmo avere più cara e cioè i nostri figli. Forse non sanno quei genitori che lavorano in banche o in uffici climatizzati, insonorizzati, sterilizzati  e con la moquette sul pavimento e alle pareti, che i loro figli (i loro cari figli) passano invece le loro giornate in ambienti malsani, umidi, freddi e lerci, a stretto contatto con la polvere, con le ragnatele, con l’umidità e con oggetti vetusti e pericolanti. Le nostre scuole assomigliano sempre di più a quelle dell’Afghanistan.

Quando questo paese comincerà seriamente a pensare alla salute fisica e mentale dei suoi ragazzi e dei suoi bambini?  Brutti vecchiacci che siete al potere, finitela una buona volta di pensare soltanto al vostro tornaconto.

Ma noi?

Vengo subito al dunque. Scrivo mentre è appena esploso il caso Marrazzo. Per chi non lo sapesse ancora, il governatore della regione Lazio si è fatto riprendere da una telecamera nascosta da quattro energumeni mentre si intratteneva (amabilmente?) con un trans nella residenza di quest’ultimo. I quattro, in forza alla Benemerita Arma dei Carabinieri, lo stavano ricattando, minacciando di spifferare tutto ai giornali.  Solo qualche settimana fa quegli stessi giornali erano pieni di un’altra serie  di scandali a sfondo sessuale che riguardavano il nostro  quasi ottuagenario Presidente, protagonista di festini e ricevimenti, ora in compagnia di minorenni in carriera, ora di escort navigate;  il mestiere più vecchio del mondo oggi lo si definisce così,  per bon ton o forse in segno di rispetto nei confronti dell’utenza (che delicatezza, vero?). Non molto tempo fa qualcuno aveva filmato un altro politico importante che con la macchina faceva una piccola sosta presso un gruppo di zoccole appostate sul bordo di una strada.

Insomma la prima cosa che mi viene da pensare  è che questi nostri politici abbiano in mezzo alle gambe non dei piselli come tutti i comuni mortali ma  dei veri e propri lanciafiamme. E ciò, sembrerebbe,  indipendentemente dalla loro appartenenza politica.

Pure l’età, non più tenera, ammettiamolo, almeno per la gran parte di loro, non parrebbe costituire un impedimento al soddisfacimento di questo loro bisogno (evidentemente) primario. Capace che i nostri politici si nutrano a suon di viagra per ravvivare il desiderio come noialtri di vitamine per combattere l’influenza.

E mi sorge a questo punto una domanda.

Ma noi?

Uso il pronome plurale e non quello singolare volutamente, perché penso e spero di non essere l’unico pirla di questo paese.

Voglio dire, siamo noi gli anormali?

Noi che da quindici o vent’anni abbiamo una moglie (una sola) e facciamo il nostro dovere di alcova (chi più, chi meno) non più di una volta alla settimana, allora siamo proprio da buttare nel cesso? Cosa siamo noi, degli impotenti, degli organismi asessuati che, nella lunga strada dell’evoluzione, hanno perso  il testosterone e con esso lo stimolo del desiderio di trasgredire?

Questa gente (i nostri politici) pare che non si fermino di fronte a niente. Cascasse il mondo o la loro reputazione, manco morti si tirano indietro. E tra una riunione di partito e una passata in tv fanno davvero di tutto. Desiderosi di provare fino all’ultimo dei loro giorni l’ebbrezza di ogni forma di trasgressione. E allora eccoli che sniffano coca, che fanno le orge, che si fanno scopare da una minorenne, da un negro o da un trans, in un balletto sempre più vorticoso che lascia sbigottita qualunque persona normale e chiunque la sera, tornato a casa dopo una giornata di lavoro, si mette le pantofole e guarda (sereno o allibito) la tele, con moglie e figli.

Sarà che faccio l’insegnante e che l’età media delle mie colleghe si aggira intorno ai sessant’anni; essere circondato da una schiera di tante Rosi Bindi, più intelligenti che belle, non aiuta certo all’immaginazione. Sarà che gli impoveriti e frustrati insegnanti non esercitano più quel sex appeal (neanche di fronte alle anchilosate bidelle) che forse esercitavano un tempo, a differenza di chi gestisce il potere; ma ciononostante credo che una controllatina ai freni di questi politici sarebbe quanto mai opportuna. Se non altro per una questione di elementare decenza.

Il fatto è questa gente ci rappresenta. Siede su tavoli importanti, per necessità o per virtù prende anche delle decisioni, e ci chiede regolarmente il nostro voto in corrispondenza di ogni scadenza elettorale. E noi regolarmente li votiamo. Talvolta facendo il tifo per questo gruppo o quest’altro.

E qualcuno scrive sui giornali che non dovremmo guardare dentro la vita privata di questi personaggi. Perché allora non è più politica ma solo gossip.

E noi dobbiamo votare il politico e non il puttaniere che è in lui.

L’ora di ricevimento

Adesso i genitori si lamentano che per parlare con gli insegnanti dei loro figli devono prendere ferie.

I giornali puntualmente riportano la notizia del disagio di alcuni genitori. Speriamo solo a questo punto che la Gelmini non legga i giornali. Se no capace che ci fa pure un disegno di legge.

Che gli insegnanti infilino l’ora di ricevimento con i genitori in una delle loro non trascurabili ore buche tra una lezione e l’altra (magari a metà mattinata di un martedì o di un venerdì) è pacifico quanto ovvio.  Se devono stare a scuola a fare una mazza (lo dicono tutti, così lo dico anch’io), almeno utilizzino i loro tempi morti parlando con la mamma di quello o col papà di quell’altro.

Quando dovrebbero ricevere altrimenti? Alle sei di sera, dopo che gli impiegati hanno timbrato il cartellino e sono usciti  dagli uffici? O magari dopo cena, quando sono tutti più tranquilli e c’è meno traffico sulle strade?

A chi non frequenta le scuole se non per parlarci con gli insegnanti, sia chiaro comunque una cosa: l’ora (o le ore) di ricevimento degli insegnanti non sono pagate. Così come le ore buche che tutti gli insegnanti si cuccano ogni settimana. Infatti non sono comprese nelle leggendarie diciotto ore svolte settimanalmente dagli insegnanti. Che infatti non sono tante se paragonate alle quaranta di un operaio Fiat. Già ma a lui (al Cipputi) le ore che fa dentro la fabbrica gliele contano tutte, a noi insegnanti invece ci dicono che non dobbiamo timbrare (e questo sarebbe un vantaggio, ci dicono) senonchè le ore buche, col cazzo che ce le contano e pure le ore di ricevimento, per non parlare delle voragini sull’orario che devono avere quei poveretti (io per esempio) che insegnano su più scuole e passano le mattinate in macchina o in autobus per correre da una scuola all’altra. Chi non fa l’insegnante e per lavoro deve andare in trasferta, gliele pagano quelle ore (perché sono fatte in orario di lavoro, dentro le quaranta contrattuali). A noi insegnanti invece no perché noi dobbiamo fare solo diciotto ore. Diciotto ore di lezione, in aula coi mostri. Così sta scritto sul contratto.

E ci contano pure i minuti di quelle diciotto ore. Al punto che siccome facciamo mediamente solo 55 minuti di vera presenza in classe, adesso la Gelmini ha cominciato a dire che dovremmo recuperare quei cinque minuti che mancano all’appello. Mentre i quindici minuti di intervallo non si contano (non per niente si chiama intervallo direte voi) e nemmeno i dieci minuti prima della prima ora (bisogna arrivare prima delle bestie sennò quelli si ammazzano) o i cinque minuti dopo l’ultima, quando i prof, dopo aver fatto defluire le mandrie di bisonti,  rimettono il registro e le altre scartoffie ben ordinate nel loro armadietto.

Cinque minuti, solo cinque vedrai…

Vabbè, per oggi basta così.

Burqa a scuola

E mentre ci dicono che metà delle scuole italiane sono a rischio sismico e l’altra metà a rischio idrogeologico (in verità sto scherzando, sono soltanto 25.000), la Ministra Gelmini è impegnatissima a farci sapere che si trova pienamente d’accordo con la proposta espressa dal ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, di proibire a scuola l’uso del burqa.

Le due simpatiche onorevoli ci spiegano che il carattere obbligatorio di tale divieto nel nostro paese troverebbe una motivazione nell’identificabilità di tutti i soggetti in qualunque luogo pubblico e dunque anche nelle scuole.

Evidentemente secondo la Gelmini le cose funzionano in un modo alquanto strano nelle scuole di questo bel paese. Probabilmente pensa che attualmente gli insegnanti facciano lezione a degli studenti di cui non hanno mai visto il vero volto,  perché nascosti dietro un lenzuolo o con una specie di coperta sopra la testa.

Magari crede che i tre o quattro studenti stranieri per classe che frequentano i nostri istituti (il più delle volte di origine sudamericana peraltro) arrivino in classe la mattina travestiti da Babbo Natale o, come a Carnevale, con delle maschere, dietro le quali si celerebbero chissà quali loschi figuri, di cui gli insegnanti (al solito stupidi e ingenui) ignorerebbero i malevoli propositi.

Ma diciamoci la verità: quanti sono i burqa che vedete girare per le strade delle nostre città? E quanti credete siano i burqa all’interno delle nostre scuole? Io sono dieci anni che insegno a scuola e non mi è mai capitato di vederne uno.

Nelle mie classi però ci sono parecchi stronzetti (padani da diverse generazioni, a denominazione di origine controllata) che quando arrivo in classe mi accolgono simpaticamente con il casco della motocicletta in testa o con il cappuccio della felpa tirato in avanti e tenuto stretto con la cordicella.

Mi piacerebbe tanto sapere cosa ne pensano i loro genitori del burqa nelle scuole e del problema dell’identificabilità degli studenti.

Per un bene più alto

E insomma sto provando anch’io, sulla mia pellaccia coriacea, cosa voglia dire fare un completamento cattedra in un’altra scuola. Giusto tre quarti d’ora di strada in macchina, traffico congestionato e lavori Anas permettendo, separano questi due meravigliosi edifici stile anni settanta che mi vedranno per un anno come attore protagonista. A quasi dieci anni dalla mia entrata in ruolo è bello provare certi brividi.

Le vedevo gli anni scorsi alcune mie colleghe, che lavoravano su due o più scuole, con lo sguardo tra lo spento e l’allucinato e il fiatone grosso quando di corsa arrivavano in aula magna per non perdersi le prime sillabe di un ennesimo collegio docenti dopo che si erano fatte la sesta o settima ora in chissà quale altra scuola di merda, dall’altra parte della città.

Ma sapete, quando certe cose non ti riguardano e, chissà perché, pensi che non ti riguarderanno mai, non è che te ne freghi tanto dei guai altrui. Sì, li ascolti i problemi degli altri, quando te ne parlano, quando con un filo di voce, per non disturbare la riunione, ti sussurrano in un orecchio i loro casini, ma poi sotto, sotto, …insomma ci siamo capiti.

Ora sarò io che arriverò sudato e in ritardo alle riunioni del pomeriggio.

Che, causa incidente stradale e relativa coda, potrò raggiungere la mia classe di corsa, e se andrà bene, un quarto d’ora dopo l’orario previsto.

Che correrò per i corridoi e le scale, fingendo di chiamarmi Bolt, facendo quattro gradini alla volta e farò il mio bravo ingresso in classe trafelato e fradicio come una spugna tra i sonori applausi dei miei studenti spettatori.

Che mi terrò dentro tutto, lo stress, le incazzature multiple, le maledizioni a quegli stronzi di Brunetta e Gelmini, e qualche litro di pipì, perché non avrò fatto in tempo a transitare per il cesso.

Lo sapete no? E’ in atto la riorganizzazione della scuola italiana. Una serie di tagli senza precedenti  che però, alla fine, porterà un sacco di benefici a tutti. Certo qualcuno dovrà pagare per tutto questo, qualche decina di migliaia di precari e anche qualche migliaio di insegnanti di ruolo, che se lo stanno già pacificamente prendendo nel culo. Mi dicono che siamo solo agli inizi. E che non devo lamentarmi perché, mi ricordano, c’è chi sta peggio. Molto peggio.

Però ragazzi, dobbiamo convincerci tutti che tutto questo è solo per un bene più alto.

Non dobbiamo pensare sempre ed esclusivamente a noi stessi, cazzo.

La ripresa

Giorni fa ho dato una sbirciata al grafico del numero di contatti settimanali nel mio blog. Con una certa stizza, ho notato una singolare somiglianza con il Dow Jones degli ultimi mesi. E’ proprio vero che la crisi, quando c’è, colpisce ovunque.

Ma a sentire le dichiarazioni pubbliche del presidente della Federal Reserve non dovrei preoccuparmi. Ci sarebbero in giro chiari segnali di ripresa. Con un cognome che ricorda un bernoccolo (come non dare retta a un capoccione così),  Ben Bernanke ha promesso che le curve torneranno presto a salire.

Dunque, ne deduco, anche quella del mio blog. Che è ciò che a me interessa maggiormente.

Due simpatici vecchietti

Buon giorno, come mai quella barba bianca posticcia così lunga e quel vestito tutto rosso? Guarda che non siamo mica a Carnevale.

Eh, io sono Babbo Natale e porto tanti bei regali e tanta allegria in tutte le famiglie. Tu piuttosto, conciato in quel modo, nudo come un verme, a parte un paio di pinne, due occhialini e un salvagente, si può sapere chi diavolo sei?

Io sono Ferragosto e sono io il più ben voluto da tutti. Tutti quanti sgobbano e si fanno il mazzo per un anno intero e non fanno altro che   pensare a me. Se non ci fossi io, la gente non sopporterebbe di andare a lavorare neanche un giorno. In quanto a te, è tutta una balla che porti allegria nelle famiglie. Al massimo porti loro quel dolcetto da due soldi con l’uvetta e i canditi; e poi con quella mania di far regali inutili, anche al cane dei vicini, soffi via a tutti la tredicesima.

Se è per questo anche te non scherzi con i soldi della gente. Con la scusa di un po’ di caldo che ti porti dietro, li fai andare anche in Alaska in cambio di un po’ di aria fresca. Per non parlare delle code in autostrada che fai fare ai più poveracci. Vergognati.

Tu sei sempre il solito bigotto. In nome di valori che non esistono più, la tradizione, la famiglia, la pace, non pensi ad altro che a presepi, stelle comete e mangiatoie. Tutto finto naturalmente, compreso il muschio, la neve e le pecore. La gente rincoglionisce quando ci sei tu. Pure gli abeti di plastica dentro casa gli fai mettere.

Ehi tu, ma come ti permetti? Tu sei un ateo, un senza dio, un comunista.

Ma finiscila con tutti questi moralismi da quattro soldi. Io faccio riscoprire alla gente la voglia di vivere, di stare all’aria aperta, in mezzo alla natura. La gente persino scopa di più quando arrivo io. Non come te che li tieni chiusi in casa per ore a mangiare tonnellate di  dolci e altre schifezze (datteri, cotechini, zamponi, lenticchie, crauti),  a giocare a tombola con i fagioli secchi intorno a un tavolo e a guardare quelle scempiaggini che danno in tv.

E tu invece che li obblighi a mettersi tutte quelle creme untuose e li fai andare in giro in canottiera  e infradito, che li fai sudare come dei ferri a vapore al riparo di un ombrellone? E tutto per un po’ di mare e un po’ di tintarella, quando basterebbero dieci minuti e una lampada.

Caro Natale, è inutile che te la prendi con me se da un po’ di tempo la gente non ti festeggia più come una volta, se alla tua festa preferiscono quella del signor  Capodanno o peggio ancora il compleanno di quella antipatica strega moderna, Halloween, o come diavolo si chiama. La verità è che stiamo diventando due vecchietti, caro mio. Tu con tutto quel carbone sulle spalle, con il suono delle zampogne, la slitta, le renne e quelle balle lì, si vede da lontano che sei di un altro secolo.

Pure te però. Con la storia della crisi dei derivati e delle partenze intelligenti, gli italiani hanno finito le vacanze già un mese prima del tuo arrivo. Ormai i supermercati rimangono sempre aperti,  anche a Ferragosto Altro che saracinesche tutte chiuse.  E poi scusa se te lo dico ma anche tu sei proprio una barba ad ascoltare fino alla noia sempre quelle vecchie tre o quattro canzoni nostalgiche che parlano di watussi, tavole blu e sapore di mare. Quelli che le cantavano, se non se ne sono ancora andati, sono ricoverati in un ospizio per anziani.

Già, hai ragione. Allora sai cosa ti dico? Quasi, quasi, l’anno prossimo faccio finta di niente e non mi faccio vedere. Me ne sto a dormire a casa mia per tutto il mese di agosto.

Bravo. E la stessa cosa farò io a dicembre. Col cavolo che mi vedranno affaticarmi a prendere in braccio i bambini davanti ai negozi della Rinascente. Mi sono proprio rotto i coglioni di tutte quelle manfrine.

Ehi Natale, ti andrebbe qualcosa da bere? Che so, una bibita fresca o una birra?

Certo che mi andrebbe. Io però preferirei qualcosa di caldo. Una bella cioccolata fumante per esempio.

Non sarebbe meglio un bel gelato alla menta?

La calda estate del 2009

Mi credevate morto vero?

Mi credevate disperso sulle alture del Tibet, dopo che una comitiva di sherpa si era appena rotta i coglioni a farmi da muli a ottomila metri di altitudine?

Mi credevate a bordo di un elicottero improvvisamente precipitato su un acquitrino amazzonico infestato di coccodrilli e sanguisughe?

Mi credevate travolto da uno tsunami in pieno oceano indiano?

Mi credevate divorato da un branco di squali e barracuda, dopo che la mia imbarcazione a vela  di sedici metri aveva cominciato a tirare su acqua e si era inabissata più veloce di uno stuzzicadenti facendo miseramente fallire la mia spedizione transoceanica in solitaria?

Mi credevate schiacciato tra due iceberg a nord della Groenlandia e coperto da una spessa coltre di neve e ghiaccio, con il mio corpo ibernato in eterno, come la pelliccia di un mammuth preistorico, per la gioia dei paleontologi del futuro?

Mi credevate rocambolescamente inciampato sulla scalinata di una piramide azteca e sfracellato al suolo dopo una piroetta multipla all’indietro di  qualche migliaio di gradini?

Mi credevate rinchiuso a fare la muffa in qualche lurida prigione turca, per via di un fortuito e sciagurato scambio di valigie all’aeroprorto?

Siete fuori strada amici. Quest’anno niente vacanze.

Per via della crisi mondiale, direte.

Niente affatto.

La verità è che ho deciso di farmi installare la bellezza di quattro Daikin, uno in ogni stanza, dal mio idraulico di fiducia, sicchè  la mia casa adesso è diventata una specie di frigidaire.

Non ci crederete, ma mentre fuori il termometro segna quaranta gradi e persino le lucertole boccheggiano, io me  ne sto in salotto con le calze di lana e il pullover sulle spalle.

E a quelli che se ne stanno in coda in autostrada per cinque, sei  ore o sotto uno stitico ombrellone di un’assolata domenica di agosto in mezzo a centinaia di altri ciccioni impiastricciati di oil-of-olaz a friggersi le natiche, suggerisco di farci un pensierino, magari per l’anno prossimo.

Per la verità sono ancora in attesa della prossima bolletta dell’enel.

Ma in fondo, chissene.

Si vive una volta sola, no?

Un affettuoso saluto dal vostro uffa…prof