Somari e altri animali

Sul quotidiano il Giorno del 10 maggio leggo un titolone che mi fa rabbrividire:

Dire somari agli alunni costa caro. Prof di Lettere condannata a 16 mesi e 3 mila euro di multa.

Il titolo è in realtà fuorviante. La donna è stata sì condannata ma non per aver dato del somaro a qualche suo studente, bensì per un precedente episodio di maltrattamenti nei confronti di un suo alunno. L’autore del pezzo, tra l’altro, non spiega di che tipo di maltrattamenti si sia trattato.

L’articolo poi si sofferma su un altro episodio, per il quale il giudice l’ha invece assolta (e meno male),  che ha riguardato la stessa insegnante di 64 anni (!) la quale  avrebbe apostrofato alcuni giovani dando loro degli ASINI e dei SOMARI.

La vicenda invece di esaurirsi dentro l’aula di scuola ha però un seguito spiacevole  in quanto i giovani oggetto dell’offesa, raccontano l’accaduto ai genitori, i quali (con grande dimostrazione di maturità e senso dell’ironia) invece di lasciar correre e magari farsi una sana risata, pensano bene di rivolgersi prima al preside della scuola e successivamente, non paghi, persino alla magistratura. Quella povera donna prossima alla pensione si ritrova così sotto inchiesta e viene rinviata a giudizio dal giudice dell’udienza preliminare. Immagino io, con gran soddisfazione dei giovani somari e dei loro iperprotettivi genitori.

Penso ora a questa professoressa di lettere di 64 anni. Se ha cominciato ad insegnare subito dopo la laurea, deve avere iniziato quaranta anni fa, cioè a metà degli anni sessanta. Erano gli anni in cui io andavo all’asilo e l’Italia era assai diversa da quella che conosciamo oggi. Anche gli italiani erano diversi.  La nostra penisola era piena di gente semplice, abituata a lavorare tanto e a pensare poco, con le mani piene di calli, le braccia muscolose e il sudore sulla fronte. Aveva a cuore le cose importanti e non le stronzate. Allora ero troppo piccolo per poterlo affermare con certezza ma credo che quella gente fosse migliore della gente di oggi. Era molto più semplice e un po’ più alla buona.

Se la maestra ti diceva che eri un somaro, la classe rideva, e anche tu ridevi,  e certamente non lo andavi a dire a casa, perché sapevi che era vero che eri un somaro e te ne vergognavi. Ma poi dimenticavi e tutto passava. Anche quello aiutava a crescere.

La scuola dove è avvenuto l’episodio è un istituto tecnico di Bergamo. Nel cuore della parte più ricca del nostro paese. Una scuola da cui probabilmente saranno usciti in tutti questi decenni un bel po’ di tecnici, periti, ragionieri, geometri. Gente che ha studiato e che poi è andata a lavorare in una delle tante fabbriche e società sparse per quella ricca provincia. Gente che con il sapere acquisito, le competenze e la voglia di fare ha dato un volto nuovo a questo strano paese.   Così l’Italia è anche diventata più ricca di come era quando quella signora di 64 anni era una graziosa signorina fresca di laurea.

Ultimamente è cambiato qualcosa e non sappiamo più dove e a partire da quando abbiamo tutti cominciato a sbagliare; alcuni inquietanti segnali ci mettono in testa qualche allarme. La scuola italiana è l’unica istituzione a non aver subito cambiamenti evidenti in tutti questi anni. E quella professoressa ha commesso probabilmente il grave sbaglio di non essere cambiata, di non essersi adeguata al cambiamento. Forte delle sue certezze, ha continuato ad usare gli stessi metodi e lo stesso linguaggio che usava quarant’anni fa, dimenticando che non aveva più a che fare con  figli di semplici contadini e manovali, ma con i loro nipoti; e i loro genitori adesso magari sono  imprenditori di successo, rappresentanti, manager  rampanti o signore eleganti.

E un’offesa come quella subita dai loro figli è stata davvero intollerabile.

Eppure quella signora avanti con gli anni ha detto solo la pura e semplice verità, di questo ne sono assolutamente certo, perché ormai le scuole sono piene di ASINI, compresa la mia.  E anche di PORCI che ruttano, scoreggiano e sputano nel cestino, di ELEFANTI che spingono i compagni alle pareti e di ORANGHI che menano le mani.

Di un’altra cosa sono certo: non ci sarà mai un giorno in cui tutte queste persone capiranno di essere state in errore e si pentiranno per quello che hanno fatto. Hanno il portafoglio grande ma un cervellino minuscolo, proprio come i loro figli.

Proprio per questo quella professoressa può mettersi l’anima in pace; non ha alcuna colpa. Le auguro di godersi il meritato riposo.

Lacrime e sorrisi

Oggi Monique ha pianto per tutta l’ora.

Di solito ride a crepapelle, incontenibile, e non segue la lezione. E’ il ritratto della cicala, che incurante di tutto, prende il sole e se la spassa.

Oggi invece piange e continua a non seguire il lavoro in classe.

Con gli occhi gonfi di lacrime, si asciuga con decine di fazzoletti di carta.

Sfoglia sconsolata il libretto dei voti  in compagnia di un’amica che prova a darle conforto.

Maggio è tempo di bilanci.

E per questi ragazzi che non sanno organizzarsi neanche per il giorno dopo, la prospettiva di un fallimento imminente è vissuta come una fatalità, un destino avverso non voluto, piuttosto che il risultato di una personale cattiva condotta.

E poi la scuola non è finita, ci sarebbe ancora del tempo per un miracolo, e a scuola di questi tempi i miracoli accadono sempre più spesso.

Ma prendersela con la tragica fatalità e lasciarsi trascinare, continuando a non fare, continua ad essere la strada più facile.

Se la scuola fosse una metafora della vita, e talvolta lo è, anche questo sarebbe un bell’esempio da cui imparare qualcosa.

Sono stufo di fare la parte di quello che dice sempre l’ultima parola e non infierisco ulteriormente su questa ragazza a cui non è stato insegnato il valore della responsabilità. Sta già male per conto suo.

Ma stavolta non ho neanche voglia di tirare fuori qualche parola indovinata per consolarla. Perché non è neanche giusto andare sempre in soccorso di chi se ne frega allegramente di tutto, pur sapendo che si tratta di un’adolescente. E poi anch’io comincio ad essere un po’ stanco.

Monique alza la mano e gentilmente mi chiede di andare in bagno. Faccio segno di sì con la testa. Magari l’ora dopo c’è qualche collega più bravo di me, penso.

Ma non ce n’è bisogno. Perché dopo neanche dieci minuti, all’intervallo, la vedo beata e spensierata ridere, come il suo solito, tra le braccia di un compagno.

Beata gioventù incosciente.

 

Verona

Adesso gli assassini di Verona che hanno ucciso il giovane di 28 anni sono tutti dentro.
E mentre i genitori del povero Nicola danno il consenso all’espiantazione degli organi, gli avvocati difensori fanno sapere che i loro assistiti si avvarranno della facoltà di non rispondere, perché questo è ciò che permette la nostra legislazione. Quanto hanno detto, per il momento basta. Dopo il responso dell’autopsia e delle perizie, valuteranno la loro posizione e allora, eventualmente, faranno ulteriori confessioni.

I giornalisti, i politici, i sociologi e gli strizzacervelli nel frattempo si affrettano a spiegare tutto. Ciascuno con le proprie certezze dichiarate.

Si è sentito dire dal capo della polizia che l’aggressione è avvenuta per motivi banali, la richiesta di una sigaretta. Perché, se i motivi fossero stati meno banali, allora un gesto efferato come questo sarebbe stato lecito? Avrebbe avuto una qualche giustificazione?

Hanno scritto che i cinque autori dell’omicidio provengono tutti da famiglie normali.
Famiglie normali cosa significa, che la loro abitazione è una villetta a schiera, che hanno il Suv in garage e che vanno a messa la domenica?

Hanno detto che solo tre di loro (tre su cinque) erano degli ultras e frequentavano regolarmente la curva dello stadio. Che solo due di loro erano skinhead dichiaratamente di destra. Che dunque tutti gli episodi di insofferenza, le dimostrazioni di violenza e quegli striscioni nazi che si vedono sventolare sugli spalti la domenica non hanno niente da spartire con questi assassini. Quella roba lì è solo folklore nostrano; giusto un po’ di colore e allegria per rendere i pomeriggi domenicali meno noiosi. Questo hanno detto.

Sarà. Però per quel che mi riguarda la sociologia non è una scienza esatta. Cosa volevano, per poter affermare che c’è una correlazione tra questo episodio e gli innumerevoli segnali che cogliamo sempre più spesso, certo meno eclatanti, ma altrettanto inquietanti, negli stadi, dentro le scuole, nelle strade?

Dicono che la politica non c’entra niente con questa storia. E quand’è che c’entra la politica? Per dire che c’è un filo nero che attraversa la mente di questi ragazzi, volevano forse che tutti e cinque facessero parte di un’organizzazione neonazista? Volevano trovare dentro le loro abitazioni un arsenale di coltelli e bombe a mano? Volevano vedere le loro camerette tappezzate di quadri di Hitler e Mussolini?

Hanno scritto che due di loro erano già stati denunciati in un’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alle lesioni personali e all’odio razziale. Gli altri non hanno mai avuto guai giudiziari legati a frequentazioni nazi-fasciste, erano solo noti come gente dell’area di destra e degli ultrà dell’Hellas.

E’ vero, la mancanza di una spiegazione razionale, per quanto sbagliata, l’assenza di un meccanismo di causa effetto scatenante, fa ancora più paura. Vorremmo tanto che dietro a storie come queste ci fosse qualcosa di concreto, uno straccio di motivazione, seppure assurdo, sul quale discutere, confrontarci. Perché la passione politica è proprio questo. E allora vorremmo che ci dicessero che sì, quel poveretto li aveva provocati, che era un comunista, magari gay, che faceva parte di qualche associazione pacifista, antirazziale. Invece no, niente di tutto questo.
Aveva il codino. L’unico segno vagamente alternativo. Non con la testa rasata, il tatuaggio, la croce celtica, o altro. Minuscoli indizi di distinzione o appartenenza a questo o quel gruppo, sempre più piccoli, sempre più insignificanti.

Il nichilismo, ecco. Ovvero, il trionfo del nulla. Quando non è rimasto più niente per cui battersi e allora ci si batte ugualmente senza motivo, per dei fantocci o per dei surrogati di valori, di idee strampalate campate in aria.

Il nichilismo che si traveste di finti valori in cui credere. Pensiamo al calcio per esempio, che riempie (si fa per dire) il cervello vuoto di migliaia di adolescenti. Quanto non si scaldano gli animi dei giovani intorno a tutti quei calci tirati a un pallone. Quante infinite diatribe senza senso e senza fine su cattivi arbitraggi, presunte partite truccate, compravendite di calciatori, contratti miliardari, gol strepitosi. Gli insegnanti lo sanno e ne fanno le spese.
Quanta fatuità intorno a personaggi televisivi privi di spessore.
Quanta mancanza di punti di riferimento in cui credere.

Verona città simbolo e crogiuolo di vicende e personaggi come questi. Verona bigotta, ricca e fascista. Verona atea, ignorante, che va allo stadio. Verona che si fa bella e passeggia come una troia per le strade. Verona ubriaca, impasticcata e discotecara. Verona che si alza il mattino presto per andare a lavorare e fare tanti schei e Verona che fa tardi e non va dormire. Verona che corre su una Porsche a duecento all’ora. Verona che si schianta nel cuore della notte. Uno scrittore che avesse voluto scrivere di un episodio come questo, in quale città lo avrebbe ambientato se non a Verona?

Anche in Antartide

Dal Corriere della Sera del 5 maggio

Alcuni ricercatori dell’ateneo di Pretoria hanno filmato in Antartide i tentativi,  durati circa 45 minuti, di un maschio di foca di accoppiarsi con un pinguino reale: lo rivela il Journal of Ethology. E’ il primo caso di tentato accoppiamento tra un mammifero e un uccello.

E’ proprio il caso di dire: c’è qualcosa di strano nell’aria.

Un nuovo look per la sinistra

Premetto che sono di sinistra, tanto per sgomberare il terreno da facili deduzioni o semplificazioni.

Niente di fanatico, alla Caruso, alla Casarini o altri no global, intendiamoci.

La mia idea di sinistra è molto più tenue e salottiera. Diciamo semplicemente che mi ritrovo in quello spirito solidaristico, un po’ modernista , un po’ colto che tutto è oggi fuorché alla moda.  

Ma diciamocelo chiaramente: è inutile che la sinistra si interroghi tanto del suo fallimento elettorale.

Guardiamoli bene in faccia tutti questi personaggi della cosiddetta sinistra: i Rutelli, i Veltroni, i D’Alema, i Bertinotti, i Finocchiaro, gli Epifani.

E’ vero o non è vero che sono tanto snob, che parlano forbito, che hanno la puzza sotto il naso, che vestono Gianni Versace, Enrico Coveri e Armani, che si rivolgono più all’impiegato medio, al quadro, alla donna manager, all’insegnante, al medico, piuttosto che al turnista, al muratore, o al magazziniere  della Esselunga?

Certo nei loro discorsi e programmi parlano di lavoro, di precari, di case in affitto, di contratti capestro, di lavoratori a cottimo o a tempo determinato, di sicurezza nelle fabbriche, di diritti e di tutta quella roba sacrosanta lì, ma è il loro modo di presentarsi alla gente che da’ fastidio.

Il popolo non li segue più, non li riconosce più, non riesce più a capire cosa minchia dicono o che cosa vogliono.

A Veltroni sta a cuore Cinecittà, sa parlare di libri, di spettacoli teatrali, di mostre d’arte. Inaugura fiere e musei, partecipa a premi letterari e non si perde un festival del cinema.  Per Rutelli è pressoché la stessa cosa.

Sempre attenti a misurare le parole, a non calpestare i piedi a quell’area politica, a quel gruppo di potere, a quella lobby ecclesiastica o laica, a tessere reti e improbabili alleanze strategiche da una parte o dall’altra che poi si rivelano inutili o disastrose.

E poi anche il look è ormai decisamente scaduto.  

Con queste giacche grigie finto casual che si intonano con il colore dei loro capelli brizzolati e mossi, con le loro barbe o baffetti che sembrano scolpiti e le cravatte con i colori indovinati.

Ma adesso basta, è ora di finirla con tutti questi fighetti.

Imparate una buona volta il cattivo gusto dai leghisti e allora sì che cominceranno a fioccare voti da ogni dove. Avete presente gli occhiali con la montatura rossa di Maroni? E Calderoli che non si mette mai i calzini perché gli danno il prurito, o Bossi che si presenta ai raduni di montagna in canottiera?

E per quel che riguarda il linguaggio, lasciatevi andare santo iddio.

Ma non vedete le cazzate che sparano dall’altra parte?

Berlusconi ha detto in giro che la Santanchè non gliel’ha data, allora lei si è incazzata ed è andata con Storace.

Borghezio a suo tempo aveva consigliato di sparare direttamente agli scafisti per risolvere il problema dell’immigrazione clandestina e Gentilini, il sindaco leghista di Treviso, suggeriva che occorresse una bella pulizia etnica contro tutti i culattoni.

Imparate, voi di sinistra, come si fa a rendersi simpatici agli occhi della gente.

Visto allora che le pagine dei giornali e quelle di internet già abbondano in diagnosi e cure terapiche per risolvere i problemi endemici della sinistra nostrana (e gli intellettuali si scervellano per capire come fare per recuperare lo zoccolo duro delle tute blu padane), vorrei anch’io dare qualche semplice consiglio ai nostri nuovi parlamentari di area catto-comunista:

Quando andate in televisione sparatele più grosse che potete, tanto subito dopo potete smentire tutto dicendo che stavate scherzando

Date del pirla o della testa di cazzo a tutti quelli che non la pensano come voi

Se durante un’intervista qualcuno vi chiede come risolvereste il problema del debito pubblico, voi fate un bel rutto

Dite della Prestigiacomo o della Santanchè che sono due belle gnocche buone solo a scopare

Se una giornalista vi fa una domanda a cui non sapete rispondere, voi strizzatele l’occhio e invitatela per un tete-a-tete a casa vostra

Date precise istruzioni su come evadere il fisco senza essere beccati

Invitate la gente a non pagare le tasse, a non pagare i biglietti sugli autobus e in metropolitana

Se qualcuno vi sottopone la questione dei lavavetri ai semafori, voi dite che bisognerebbe abbassare il finestrino della macchina e sputare loro in un occhio

Dite che la sanità, la mafia e i trasporti in Italia sono un falso problema

Dite che le scuole in Italia sono una vera merda e che la colpa è tutta degli insegnanti

Dite che i libri sparano un sacco di cazzate, soprattutto quelli in uso nelle scuole

Mettetevi liberi, fumate in pubblico, scaccolatevi, rosicchiate uno stuzzicadenti, ridete di gusto e masticate gomme  e mentine spalancando bene le vostre mandibole

Fate le puzze negli studi Rai o in quelli di Mediaset e dite che è stato uno dei cameraman

Andate in chiesa o partecipate a qualche convegno soporifero, sedetevi in prima fila e fatevi una rumorosa dormita

Promettete di eliminare le tasse comunali, le tasse scolastiche, i bolli auto, i ticket, i pedaggi in autostrada

Promettete l’aumento di tutti gli stipendi, un incremento dei giorni di ferie e una riduzione dell’orario di lavoro a trenta ore

Promettete un corposo aumento delle pensioni minime e già che ci siamo anche un aumento dell’età media

Non scordatevi dei tifosi a cui dovete assicurare la vittoria delle Champion’s League nei prossimi quattro anni  (per Milan, Inter, Juve e Roma)

Ai Napoletani dite che risolverete il problema della spazzatura nelle prossime due, tre settimane e male che vada promettete loro che il futuro Maradona indosserà ancora la maglia della squadra partenopea

Infischiatevi di quanto sta scritto nella Costituzione e ditelo apertamente

Dite che l’ultimo libro che avete letto è stato Pinocchio, quando eravate ancora bambini

Invece di parlare in inglese imitando Obama (Yes, we can) parlate in bergamasco stretto (Va’ a dar via el cul, pirla)

Se siete donne rifatevi le labbra e le tette, se siete uomini impiantatevi in testa un bel  prato inglese  

Sposatevi tre o quattro volte, tenetevi sempre un paio di amanti come scorta e in fatto di famiglia dite che siete in piena sintonia con le parole del Santo Padre

Affermate con forza che siete per l’allontanamento delle prostitute dalle strade e poi fatevi fotografare da qualche paparazzo mentre caricate un viados dentro la vostra mercedes

Siate strenui oppositori della droga libera e poi dite che ogni tanto gradite farvi una canna con gli amici.

 

E se continuerete a farvi i vostri convegni di merda con quelli di MicroMega, intellettuali come Flores D’Arcais, Ginsborg, Nanni Moretti e soci e a interrogarvi ancora sui perché dei mali eterni della sinistra, e a tormentarvi fino ad estinguervi come i dinosauri del giurassico, beh, non dite che noi non ve l’avevamo detto.

Qualche lume sui giovani

Ecco qui sotto una illuminante spiegazione delle nostre attuali difficoltà a comunicare con i nostri giovani. 

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Facciamoci del bene

Ci stiamo avvicinando a grandi passi verso la fine di questo impegnativo (almeno per me) anno scolastico.

Di tutta la mia breve carriera scolastica mi viene da dire che questo è stato l’anno più difficile.

La scuola dove ho insegnato quest’anno era nuova per me. Dire nuova è forse un’esagerazione perché tutte le scuole in realtà si somigliano molto più di quanto non si differenzino. Il fatto è che non conoscevo nessuno lì dentro. Né gli insegnanti, né la dirigenza,  né la qualità degli studenti (ma anche questa oramai è la stessa dappertutto).

Ora una collega bene informata mi dice che le iscrizioni sono in contrazione, dunque c’è il rischio che l’anno prossimo molti di noi perdano la cattedra. Tutto dipende da quanti ne bocciamo. Se ne fermiamo troppi, andiamo sotto il numero minimo consentito e  qualche classe salta.

Dunque se vogliamo salvaguardare il nostro posto di lavoro, dobbiamo fare male il nostro lavoro, promuovendo chi non se lo merita.

Il punto è che a volere fare bene il nostro lavoro e cioè promuovendo solo quelli che hanno aperto il libro, diciamo almeno un paio di volte in tutto l’anno, bisognerebbe segare non meno della metà dei nostri allievi. Perché l’andazzo è desolante a livello generale. Non so voi, ma dalle mie parti si respira proprio un’aria da smobilitazione. A questi giovani non solo non gliene frega niente di studiare ma anzi non gliene importa un fico secco neanche di come andrà a finire. C’è come una nebbia di apatica rassegnazione che li avvolge e li soffoca dolcemente giorno dopo giorno. Un triste destino già segnato, contro il quale essi non sfoderano neanche un minimo cenno di buona volontà per opporvisi. Anche ammesso che abbiano due palle sotto la cinta, di certo non le tirano fuori quando sarebbe il caso di farlo e cioè adesso!

Confidano appunto nella bontà senza limiti degli insegnanti (che intanto per causa loro dormono poco e male e rischiano l’esaurimento) o in qualche astruso meccanismo burocratico, una sorta di indulto o amnistia generale, per cui tutti, colpevoli e non, saranno trattati allo stesso modo. A questo peraltro sono già abituati da tempo (pensiamo ad esempio ai debiti mai recuperati).

Come dite che andrà a finire?

Gli insegnanti spesso si vantano di essere l’ultimo baluardo dell’integrità, della correttezza, dell’onestà intellettuale, dell’incorruttibilità di questo paese.  Niente potrà mai scalfire i loro sani principi entro i quali sono cresciuti e di cui si sono nutriti in tutti questi anni. Ma sarà poi vero?

Non è che poi, alla resa dei conti, qualcuno di noi comincerà a pronunciare frasi del tipo:

·        Tronconi non ha studiato per tutto l’anno ma in queste ultime settimane si è proprio dato da fare (copiando di tutto, anche le scritte sui muri); va premiato.

·        Merati è lento, ha difficoltà, ma si impegna tantissimo; non possiamo fermarlo (sarebbe sacrilego come fermare la tartaruga che correva contro Achille);.

·        Cassini è fin troppo intelligente. Gli basta studiare un’ora per quadrimestre e prende otto. Promuoviamolo. (I prof sanno scorgere segni di intelligenza ovunque, persino nel cervellino delle formiche rosse)

·        Scarpa è maleducato, bestemmia e sputa in classe, picchia i compagni che gli stanno  a tiro e manda a cagare i prof che gli regalano note sul registro a ogni ora, ma non possiamo non riconoscergli il suo carisma da leader (ogni legislatura che si rispetti  porta con sé esempi altrettanto illuminanti in Parlamento).

·        Fossa è stato tutto l’anno più taciturno di un soprammobile. E’ vero, probabilmente non ha capito nulla di quanto si è fatto tutto l’anno, ma averne di ragazzi così (un po’ come avere in classe una fila di manichini)

·        Gargiulo è effettivamente il caso più problematico; è un violento, è uno psicotico, gira col coltello in tasca, suo padre lo ha abbandonato prima che mettesse il naso in questo mondo,   ma la scuola non può non farsi carico di personalità come queste. Se abbandonasse la scuola, potrebbe finire male e allora noi cosa diremmo dopo? Che ci siamo liberati di lui lavandoci le mani? Deve restare; capace che se lo promuoviamo, lui cambia e mette la testa a posto.

Ecco, se bocciamo uno o due al massimo, riusciamo ad avere le stesse classi di quest’anno.  Ragionamento liscio come un teorema. In fondo a far del bene non ci rimette nessuno. Se poi riusciamo anche a tenerci il posto,  facciamo del bene anche a noialtri.

Grandi idee

Oggi non ho voglia di scrivere dei bulli di scuola che mi impediscono di avere un sonno tranquillo. Avrei voglia di soffermarmi su cose meno legate al mio presente, staccarmi dalla mia quotidianità, fare pensieri importanti e metterli per iscritto. Non è giornata, non mi viene in mente un bel niente. Prendo l’mp3 e ascolto un po’ di musica.

I Radiohead.

Ne ho sentito parlare per la prima volta in Caos calmo di Sandro Veronesi. Romanzo brutto che però ho letto fino alla fine. Ne hanno fatto pure un film, con Nanni Moretti come protagonista, che non ho visto. Non sopporto di vedere film tratti da romanzi che ho già letto (peggio ancora se il libro non mi è piaciuto). I giornali che hanno parlato del film si sono soffermati soprattutto sulla scena del rapporto sessuale tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari (nel libro trattavasi di un ”morigeratissimo” rapporto anale, nel film non so). Ma io ho tenuto a mente i Radiohead  e adesso sto ascoltando una loro canzone, “Nude” tratta dall’album “In rainbows” del 2007.

Ecco il testo in lingua originale:

Don’t get any big ideas
they’re not gon
na happen

You paint yourself white
and feel up with noise
but there’ll be something missing

Now that you’ve found it, it’s gone
Now that you feel it, you don’t
You’ve gone off the rails

So don’t get any big ideas
they’re not going to happen
You’ll go to hell for what your dirty mind is thinking

 

Ed ecco la traduzione:

Non cercare grandi idee
tanto non si realizzeranno mai

dipingi te stesso di bianco
e ti senti bene con il rumore
ma mancherà qualcosa

appena trovi qualcosa, subito ti sfugge dalle mani
appena lo senti, un istante dopo non lo senti più
sei finito fuori binario

quindi non cercare grandi idee
tanto non si realizzeranno mai
andrai all’inferno per quello
che la tua mente sporca sta pensando
Sarà solo un caso che oggi non ho grandi idee?

 

Eccellenza

Noi ragazzi non studiamo mai il pomeriggio.

Abbiamo troppe cose più importanti da fare.

Usciamo, vediamo amici, parliamo di calcio o di ragazze o della play, andiamo in sala giochi, giriamo col motorino.

Se uno sta sui libri anche il pomeriggio, dopo che il mattino si è fatto già sei ore di scuola, vuol dire che è uno sfigato. 

Domani ho la verifica di storia. Mi pare. Ma io non studio, non studio mai né storia, né altro.

Mi basta dare un’occhiata agli appunti di un compagno l’ora prima, che c’è matematica e nessuno la segue. Il prof di mate scrive sulla lavagna numeri su numeri e non vede un cazzo.

E poi le domande delle verifiche di storia sono sempre le stesse da tre mesi.

Userò i bigliettini dell’ultima volta. Li tengo sotto il banco o dentro la manica della felpa. Finora non mi ha mai sgamato nessuno.

E poi se anche va male, la profe  ci ha già detto che ne fa un’altra per farcela recuperare.

Non mi piace la storia. A che cosa mi servirà sapere tutte quelle stronzate nella vita. A niente.

Roberto è l’unico della classe che il giorno prima di una verifica o di un’interrogazione prende il libro e studia.

I prof dicono che è “un’eccellenza”. Ma è una cazzata. E’ solo uno sfigato. Però torna utile perché ci passa gli esercizi e le soluzioni.

Un po’ si vede che non gli va giù di lavorare per tutti ma chi se ne frega.

E poi anche i prof lo sanno che passa i compiti a mezza classe. Infatti noialtri abbiamo il sei e lui otto, anche se abbiamo i compiti uguali, uguali.

Chi se ne frega. L’importante è passare e andare via da questa scuola di merda prima possibile.

Non mi piace la scuola. E’ inutile, fa schifo al cazzo.

I prof sono delle merde. Si credono di essere chissà chi ma sono dei morti di fame.

Anche il lavoro che fanno, boh…non è proprio un lavoro…e poi a che serve?

Si arrabbiano sempre con noi, ma poi lo sanno che tanto non facciamo niente lo stesso.

E poi sotto, sotto ci lasciano fare quello che ci pare. Come con i telefonini. Dicono che non si devono usare e tutti li usano lo stesso. Compresi i prof.

Siamo noi che comandiamo a scuola. E anche a casa comandiamo.

I genitori sono come gli insegnanti. Dei rompicoglioni e basta.

Ma poi dai e dai, ce la danno tutti vinta. Cedono per sfinimento.

Io quando avrò dei figli però non sarò così. Gli vorrò bene ma sarò severo. Perché quando ci vuole, ci vuole.

E anche la scuola dovrebbe essere diversa.

Cazzo a me va bene che sia così, che promuovono cani e porci, ma in effetti non è che sia giusto.

Ci vorrebbe più ordine, pulizia, severità.

Un po’ come per le strade e negli stadi, no?

Tutti questi marocchini di merda. Vengono qua in Italia, spacciano, ci portano via il lavoro e pretendono di comandarci.

Hanno ragione Bossi e Fini, cazzo, che dicono che se ne devono stare a casa loro.

Anch’io fra due anni, quando voterò, voterò per la destra. Sicuro.

Io tutti quei comunisti non li sopporto. Li ammazzerei per le strade.

Anche il papà di Roberto è comunista. Ce lo ha detto lui.

Meglio la destra.

Con la destra c’è ordine. Non tutto ‘sto casino che c’è in Italia.

Colpa dei comunisti e dei sindacati. Mio padre lo dice sempre. Almeno su questo, solo su questo, abbiamo le stesse idee. Anche se lui vota Silvio perché così, ha detto che pagherà meno tasse.

Io no. Io voterò fascio.

Sentite la mia suoneria:

Fac-cet-ta-ne-ra

bel-la-bis-si-na

a-spet-ta-e-spe-ra

che-gia-lo-ra-si-av-vi-ci-na…

Siamo gli unici

- Prof, lei è andato a votare?

- Sì, certo.

- Ha votato per quelli della sinistra, vero?

Detto così a bruciapelo, all’indomani di un plebiscito con un verdetto così inconfutabile, la domanda ha il sapore dello sberleffo e l’effetto quello di un coltello girato in una ferita aperta. Forse ho la faccia stravolta? Eppure ho dormito bene, nonostante tutto, più o meno come al solito. Con gli anni si impara a non esaltarsi di fronte ai successi e a non soffrire particolarmente per le ricorrenti amarezze.

- Perché dici così?

- Perché tutti i prof sono di sinistra.

Non è vero che tutti i prof siano di sinistra, lo so per certo. Lo si capisce da certe reticenze o da certi silenzi o ancora da certe frasi apparentemente neutre che si captano qua e là da alcuni colleghi tutte le volte che l’argomento intavolato è appunto quello della politica.

Eppure i ragazzi sono convinti che siamo tutti dei vetero-comunisti. Perché ci vedono tutti in questo modo così uniforme e spiazzante?

Forse solo perché qualcuno di noi in  qualche occasione si è lasciato andare con certe considerazioni personali? Forse perché qualche loro prof  ha colto l’occasione per ironizzare sul finto cuoio capelluto del Silvio nazionale, sui tacchi alti delle sue scarpe o su qualche sua battuta infelice? O forse perché l’abito fa il monaco (mai come di questi tempi) e in quanto ad apparenza molti di noi insistono a camuffarsi ancora da intellettuali fuori moda (barba e capelli anarchici, sciarpa, jeans sbiaditi, sigaretta, quotidiano sotto il braccio).

Io non credo che sia per questo.

Penso piuttosto che noi insegnanti impersoniamo qualcosa di vecchio e di snob e anche di tristemente perdente che ormai appartiene solo alla nostra categoria e, forse non casualmente, anche a una certa sinistra bislacca. Come se noi e una vecchia area politica di ispirazione laica e marxista fossimo gli ultimi baluardi di una posizione culturale che altrimenti  è del tutto scomparsa dal restante tessuto sociale di questo paese.

Noi insegnanti, anche non di sinistra, (ma con noi la sinistra) siamo come dei vecchietti un po’ ostinati, un po’ nostalgici, un po’ colti e con la puzza sotto il naso, insofferenti a tutto il nuovo e moderno e dinamico che sta macinando nel costume della società da un po’ di tempo a questa parte.

Siamo gli unici a commemorare la Shoa, a parlare ancora di Auschwitz e Mauthausen (ma chi sono, due personaggi di Sturmtruppen?)

Siamo gli unici a ricordare ai giovani che in un tempo in fondo non così lontano ci sono stati i lager, i campi di sterminio, i deportati.

Siamo gli unici a manifestare per la pace, le stragi terroristiche, a celebrarne con insistenza le ricorrenze, quando altri vorrebbero nascondere le brutture della nostra storia sotto il tappeto, affossare tutto, dimenticare.

Siamo gli unici a parlare di libri, di poesia, di arte, di storia, quando altri arrivano a dire che sarebbe opportuno riscrivere i libri di storia.

Siamo gli unici ad acclamare ancora le virtù della Resistenza, nonostante il revisionismo e il relativismo di questi anni.

Siamo gli unici, nonostante il dilagare del menefreghismo e del personalismo, a credere in certi valori come la solidarietà, la legalità, l’uguaglianza, la moralità e a cercare di trasmetterli.

Siamo gli unici a parlare ancora con i giovani, perché in verità nessuno lo fa più ormai; ahimè nemmeno i loro genitori.

Siamo gli unici a mettere in discussione il pensiero unico dominante. Certo anche altre istituzioni portano avanti qualcosa di simile nelle sedi convenienti: la chiesa, la magistratura, le forze dell’ordine, alcuni intellettuali, psicologi, massmediologi. Ma questi non si trovano ad avere una platea costituita da adolescenti con l’obbligo della frequenza. Il contatto tra loro e queste generazioni o non c’è proprio o, se c’è, è puramente occasionale e basta uno zapping per annullarlo definitivamente.

Siamo gli unici a fare i conti ogni giorno e a scontrarci con questi adolescenti  e loro con noi.

Siamo gli unici adulti che i ragazzi conoscono bene, forse meglio di quanto noi non conosciamo loro. Sono distratti dalle  loro mille scemenze, ma hanno il tempo di scrutarci per benino e sanno molto dei nostri difetti e anche dei nostri guai.

Siamo gli unici a non essere amati dai giovani, a non essere invidiati; provano per noi sentimenti di rabbia e talora di odio.

E siamo gli unici che testardamente andiamo per la nostra strada, convinti di essere nel giusto.

Siamo gli unici che diciamo la verità a questi giovani

Siamo gli unici a non penderli per il culo con false promesse, illusioni di bellezza, di successo facile e a buon mercato.

Siamo tristemente gli unici.