Somari e altri animali
Sul quotidiano il Giorno del 10 maggio leggo un titolone che mi fa rabbrividire:
Dire somari agli alunni costa caro. Prof di Lettere condannata a 16 mesi e 3 mila euro di multa.
Il titolo è in realtà fuorviante. La donna è stata sì condannata ma non per aver dato del somaro a qualche suo studente, bensì per un precedente episodio di maltrattamenti nei confronti di un suo alunno. L’autore del pezzo, tra l’altro, non spiega di che tipo di maltrattamenti si sia trattato.
L’articolo poi si sofferma su un altro episodio, per il quale il giudice l’ha invece assolta (e meno male), che ha riguardato la stessa insegnante di 64 anni (!) la quale avrebbe apostrofato alcuni giovani dando loro degli ASINI e dei SOMARI.
La vicenda invece di esaurirsi dentro l’aula di scuola ha però un seguito spiacevole in quanto i giovani oggetto dell’offesa, raccontano l’accaduto ai genitori, i quali (con grande dimostrazione di maturità e senso dell’ironia) invece di lasciar correre e magari farsi una sana risata, pensano bene di rivolgersi prima al preside della scuola e successivamente, non paghi, persino alla magistratura. Quella povera donna prossima alla pensione si ritrova così sotto inchiesta e viene rinviata a giudizio dal giudice dell’udienza preliminare. Immagino io, con gran soddisfazione dei giovani somari e dei loro iperprotettivi genitori.
Penso ora a questa professoressa di lettere di 64 anni. Se ha cominciato ad insegnare subito dopo la laurea, deve avere iniziato quaranta anni fa, cioè a metà degli anni sessanta. Erano gli anni in cui io andavo all’asilo e l’Italia era assai diversa da quella che conosciamo oggi. Anche gli italiani erano diversi. La nostra penisola era piena di gente semplice, abituata a lavorare tanto e a pensare poco, con le mani piene di calli, le braccia muscolose e il sudore sulla fronte. Aveva a cuore le cose importanti e non le stronzate. Allora ero troppo piccolo per poterlo affermare con certezza ma credo che quella gente fosse migliore della gente di oggi. Era molto più semplice e un po’ più alla buona.
Se la maestra ti diceva che eri un somaro, la classe rideva, e anche tu ridevi, e certamente non lo andavi a dire a casa, perché sapevi che era vero che eri un somaro e te ne vergognavi. Ma poi dimenticavi e tutto passava. Anche quello aiutava a crescere.
La scuola dove è avvenuto l’episodio è un istituto tecnico di Bergamo. Nel cuore della parte più ricca del nostro paese. Una scuola da cui probabilmente saranno usciti in tutti questi decenni un bel po’ di tecnici, periti, ragionieri, geometri. Gente che ha studiato e che poi è andata a lavorare in una delle tante fabbriche e società sparse per quella ricca provincia. Gente che con il sapere acquisito, le competenze e la voglia di fare ha dato un volto nuovo a questo strano paese. Così l’Italia è anche diventata più ricca di come era quando quella signora di 64 anni era una graziosa signorina fresca di laurea.
Ultimamente è cambiato qualcosa e non sappiamo più dove e a partire da quando abbiamo tutti cominciato a sbagliare; alcuni inquietanti segnali ci mettono in testa qualche allarme. La scuola italiana è l’unica istituzione a non aver subito cambiamenti evidenti in tutti questi anni. E quella professoressa ha commesso probabilmente il grave sbaglio di non essere cambiata, di non essersi adeguata al cambiamento. Forte delle sue certezze, ha continuato ad usare gli stessi metodi e lo stesso linguaggio che usava quarant’anni fa, dimenticando che non aveva più a che fare con figli di semplici contadini e manovali, ma con i loro nipoti; e i loro genitori adesso magari sono imprenditori di successo, rappresentanti, manager rampanti o signore eleganti.
E un’offesa come quella subita dai loro figli è stata davvero intollerabile.
Eppure quella signora avanti con gli anni ha detto solo la pura e semplice verità, di questo ne sono assolutamente certo, perché ormai le scuole sono piene di ASINI, compresa la mia. E anche di PORCI che ruttano, scoreggiano e sputano nel cestino, di ELEFANTI che spingono i compagni alle pareti e di ORANGHI che menano le mani.
Di un’altra cosa sono certo: non ci sarà mai un giorno in cui tutte queste persone capiranno di essere state in errore e si pentiranno per quello che hanno fatto. Hanno il portafoglio grande ma un cervellino minuscolo, proprio come i loro figli.
Proprio per questo quella professoressa può mettersi l’anima in pace; non ha alcuna colpa. Le auguro di godersi il meritato riposo.
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