
Il cubo di Rubik
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Il cubo di Rubik
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E se fosse tutta una bufala?
La storia della crisi, voglio dire.
Chi mi dice che non sia anche questa volta un’invenzione di quei quattro, cinque signori della terra?
Gli stessi che qualche anno fa ci avevano raccontato la fiaba della New Economy, ve la ricordate? Che grazie a internet saremmo tutti diventati milionari, che avremmo tutti potuto lavorare da casa, prendendo due, tre stipendi, magari comprando cento azioni al mattino e rivendendole alla sera o, meglio ancora, facendo un cazzo?
Ora ci vengono a dire di non disperare perché la crisi è come un raffreddore (prima o poi passa) e poi può avere anche dei risvolti positivi.
Che insomma può essere vista anche come un’opportunità.
L’importante è saperne cogliere l’aspetto buono.
Capire chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, quelle balle lì insomma.
E poi rimettersi in marcia.
E se fosse una di quelle idee fatte circolare dai soliti portaiella?
Quelli che, quando le cose girano male, loro ci godono?
Quelli che pescano nel torbido, quelli del tanto peggio, tanto meglio.
Quelli che ne avevano piene le tasche di fare le file ovunque, in autostrada, al check-in dell’aeroporto o davanti allo skilift.
Ci vorrebbe un giro di vite, dicevano.
Quelli che è da un po’ che l’aspettavano questa crisi, e adesso finalmente dicono: era ora.
Quelli che adesso possono mandare tutti in cassa integrazione, così gli utili li fanno come prima, ma senza gli operai tra i piedi.
Quelli che dicono che, tanto, il costo della vita è sceso e dunque, di che vi lamentate, cazzo?
Cosa volevate, voialtri, le primizie anche d’inverno, il salmone affumicato, l’ananas e altra roba esotica al pranzo di Natale?
La pacchia è finita. E allora sapete che vi dico?
Rimbocchiamoci le maniche e aiutiamoli, questi bravi signori, a superare ‘sta minchia di crisi.
Sì, ma come?
Bene, per prima cosa non lamentandoci più dei bassi stipendi perché, come detto sopra, il costo della vita è sceso come il termometro in Groenlandia (vivere non è mai stato così conveniente).
E poi dando una mano (con i nostri modesti risparmi) a tutti quelli che, poverini, fino ad oggi hanno tanto fatto per noi e i nostri figli: gli industriali, i banchieri, i manager della finanza e delle borse, gli imprenditori immobiliari, i commendatori.
E ammettiamolo, una buona volta. Come avremmo fatto, noialtri spendaccioni perdigiorno, a vivere fino ad oggi senza tutte queste brave persone? Come avremmo fatto a comprarci una macchina per andare a lavorare (sempre da loro) e farci una casa? Chi ci avrebbe elargito un mutuo a tasso stracciato come hanno fatto quei signori con noi?
Le nostre madri, nonne, zie come avrebbero potuto ricevere cinquecento euro di pensione al mese senza quei bravi e solerti cavalieri della repubblica?
Facile per noi, che sappiamo pensare solo a noi stessi, a quel che succede oggi, infischiandocene del domani, del prossimo, degli affamati, e di che cosa ci riserverà il futuro.
Non come loro che pensano sempre a tutto e tutti e guardano sempre avanti.
Non solo dobbiamo ringraziarli a parole, no, sarebbe troppo facile.
Dobbiamo aiutarli coi fatti. Cioè coi nostri soldini.
Gente, rompiamo i salvadanai a forma di porcellino e facciamo cassa a tutti questi uomini probi. A questi ultimi salvatori della nostra amata patria.
I nostri risparmi sono pochini, certo, ma è anche vero che siamo in tanti.
Milioni e milioni di fancazzisti e fannulloni.
E poco importa se poi le loro scarpe continueranno a produrle in Vietnam, i loro occhiali a Singapore e i jeans a Timishoara.
I quattrini, ancora una volta, li sborsiamo noi. E chi se no, quei morti di fame che vivono in Transilvania, su un’altura secca e desertica del Magreb o in qualche foresta pluviale e che poi sbarcano da noi per un tozzo di pane e con l’illusione di un po’ di libertà?
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Il negazionismo di un evento storico come un genocidio o una Pulizia etnica o un Crimine contro l’umanità è un termine che indica un atteggiamento storico-politico che, utilizzando a fini ideologici-politici modalità di negazione di fenomeni storici accertati, nega contro ogni evidenza il fatto storico stesso.
La frequenza delle prese di posizione negazionistiche ha indotto vari paesi a sanzionare penalmente tale atteggiamento.
In alcuni paesi – Austria, Belgio, Francia, Germania – è reato la negazione del Genocidio del popolo ebreo, mentre in altri – Israele, Portogallo e Spagna – viene punita la negazione di qualsiasi genocidio. Norme antinegazioniste sono state introdotte anche nella legislazione dei seguenti Stati: Australia, Nuova Zelanda, Svezia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, e Romania. In genere è prevista come pena la reclusione, che in alcuni Paesi può arrivare fino a dieci anni.
I negazionisti considerano le leggi che puniscano la negazione di un genocidio-olocausto come un mezzo per limitare la libertà di parola, e propugnano l’idea per la quale esista un enorme complotto per il quale gli storici siano succubi del “credo olocaustico”, difeso in molti paesi con la forza della legge, eterodiretta dai poteri forti.
Nel 2007 le Nazioni Unite hanno approvato una risoluzione degli Stati Uniti che “condanna senza riserve qualsiasi diniego dell’Olocausto e sollecita tutti i membri a respingerlo, che sia parziale o totale, e a respingere iniziative in senso contrario”.
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Avuta notizia del criptico contenuto del decreto Gelmini riguardo alla condotta da adottare (da noi insegnanti) circa l’attribuzione del voto in condotta (dei nostri bravi alunni), ho pensato bene di stilare un succinto ma esauriente vademecum sull’argomento.
Qualora i colleghi insegnanti considerassero la presente bozza degna di un qualche interesse, il qui scrivente acconsente che tutto il contenuto o parte di tali linee guida possa essere inserito in qualche straccio di documento ufficiale in una delle strutture scolastiche di loro pertinenza, sempre che la relativa dirigenza scolastica ne sia tempestivamente informata, si capisce.
Il dieci in condotta.
Essa è certamente la più desueta, anacronistica e imbarazzante valutazione che un qualsivoglia consiglio di classe di questo secolo e di questo stato possa attribuire a un qualsivoglia suo allievo, per quanto meritevole. Ormai il suo uso funesto è stato relegato al nostalgico ricordo della scuola di fine ottocento ed ai personaggi letterari che popolavano quegli ambienti. Si pensi, tanto per citarne uno, allo scolaro Derossi del libro Cuore.
Oggigiorno un voto simile non è più un traguardo o un obiettivo da perseguire per un ragazzo, ma piuttosto un marchio infame di appestato, sfigato, secchione, imbecille, frocio, handicappato. Potrebbe destare autentico disagio nello studente che malauguratamente se lo trovasse in pagella in mezzo agli altri voti, ma anche ansia nei suoi genitori. E’ malato? E’ un asociale? Le ragazze non se lo filano? Non sarà il caso di portarlo da uno psicologo?
Consiglio i miei colleghi di centellinare il dieci in condotta a piccole dosi (come gli antibiotici), magari solo ai disabili, qualora ne abbiano uno o due in classe. Di quelli che se li metti sulla sedia alle otto di mattina, se ne stanno lì fermi e muti fino alle due del pomeriggio. Di quelli che, talvolta, ne vorresti avere anche di più perché tanto…male non fanno. Che poverini non capiscono un’acca nonostante la pazienza infinita vostra e del loro insegnante di sostegno. Che poi, a guardarlo bene, l’insegnante di sostegno voglio dire, a forza di stargli sempre appresso alla fine si comporta uguale, seduto al suo fianco, anche lui muto e rassegnato, anche lui fermo sulla sedia. Che poi dopo un po’ te li confondi quei due, e quasi, quasi, il dieci in condotta lo daresti a entrambi.
Il nove in condotta
E’ il voto più ambito. Lo prende il fico che studia poco ma che sa stare al mondo. Che chiacchiera in continuazione e rompe i coglioni, ma sa quando è il momento giusto di smettere. E’ quello che sa farsi ben volere da tutti e piace a tutti. Il furbetto del quartierino. Il narciso, laccato e lampadato. Studioso ma soprattutto astuto. Le insegnanti lo amano e lui ricambia. Sa fare anche delle domande, anche se non sempre proprio pertinenti del tipo: prof, ma lei quanti anni aveva quando ha fatto sesso per la prima volta? oppure: prof ma lei ha mai fatto uso di sostanze? Andrà all’università e farà il professionista brizzolato, il medico o l’avvocato, e vestirà elegante come suo padre, che il sabato viene a prenderlo col mercedes.
L’otto in condotta
E’ il voto che sta giusto in mezzo, dunque è quello giusto. E’ il voto più gettonato perché la maggioranza degli insegnanti sceglie il centro. Come tutti gli Italiani del resto. Il centro è bello perché dà sicurezza e stabilità. Il centro è sinonimo di equilibrio. E dunque dal centro non si cade mai. Palla al centro. La conquista del centro. Perché gli estremi poi si somigliano. E perché gli opposti si attraggono. Per andare dove? Al centro, no?
In Italia non ci sono la destra e la sinistra. C’è semmai il centro-destra e il centro-sinistra. Se la Democrazia Cristiana, che stava al centro, che più centro di così non si può, ha governato per cinquant’anni ci sarà un perché? E se oggi il centro sembra non esserci più, ciò è semplicemente perché nel frattempo si è mangiato tutto quello che gli stava intorno.
Ecco perché consiglio di dare otto a tutti. Votate Centro. Votate Casini e Buttiglione.
Il sette in condotta
E’ il voto svilito, degradato, retrocesso. Prima, per chi lo prendeva, erano dolori. C’era la bocciatura. Ora invece è esattamente come prendere nove. Solo che, se lo prendi, sei più figo. Però te lo devi meritare e non è facile. Per ottenerlo, devi prima aver collezionato almeno un centinaio di note sul registro e magari anche qualche giorno di sospensione. I tuoi insegnanti devono essersi presi l’esaurimento nervoso, per causa tua, l’allergia al polline, il morbillo e l’aviaria. I tuoi genitori devono essere chiamati a scuola decine e decine di volte, a sentire le stesse prediche. Le chiamate a casa dalla segreteria si sprecano ai famigliari dei promettenti sette in condotta e Telecom li ringrazia tutti.
Ma ciononostante gli insegnanti il sette lo danno di rado e con grande sofferenza, manco fosse una condanna a morte. Sempre gli ultimi a capire come va il mondo.
Il sei in condotta
E qui entriamo davvero nel campo della fantascienza. Perché la domanda fondamentale è: cosa un ragazzo di quindici, sedici anni può fare in una scuola di tanto grave da meritarsi il sei in condotta ma non tanto da beccarsi il cinque? Ecco allora di seguito un elenco di possibili gesti eroici che saranno narrati con gran soddisfazione dai diretti interessati agli amici, alle fidanzate, durante le feste o le serate in allegria, ai nipotini, anche molti anni dopo, magari davanti a un caminetto acceso e in compagnia di un brandy o di un Chevas:
· Allagare la scuola
· Vendere polverine bianche per i corridoi
· Sfondare i muri divisori di cartongesso con calci e pugni
· Cagare sopra il registro dell’insegnante di storia
· Portare al cesso il registro di classe e pulirsi il sedere con alcune sue pagine.
· Pisciare nel cestino dell’immondizia mentre l’insegnante spiega.
· Filmarsi mentre si simula un coito con la compagna di banco durante la lezione di arte
· Varie ed eventuali
Me li vedo quei due o tre docenti, o magari anche il preside, che ostinatamente prenderanno le difese del giovane dicendo: ma in fondo è pur sempre un bravo ragazzo.
Il cinque in condotta
Ovvero: and the winner is…
Di questo strano personaggio in realtà non sappiamo ancora niente. E’ una chimera oppure una sorta di oggetto misterioso proveniente dagli abissi spaziali. Si narra che sia stato dato a qualche alieno in qualche scuola della costellazione di Orione e con esiti incerti. Avete presente l’enigmatico monolite nero che compare nel film “2001 Odissea nello Spazio” di Kubrik? Che tutti lo guardano e lo toccano ma nessuno sa interpretarne la valenza? E dunque lo temono? Ecco, il cinque in condotta è come quel monolite. Secondo il legislatore dovrebbe avere proprietà terapeutiche a livello sociale, tipo risolvere il problema del bullismo, ma altri si azzardano ad andare anche più in là sostenendo che potrebbe essere indicato anche per combattere i reumatismi e l’acidità di stomaco degli insegnanti. Altri sono più pessimisti e prevedono sciagure apocalittiche tipo l’estinzione della razza bianca o la caduta di un asteroide sulla terra.
Staremo a vedere.
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Qualche giorno prima di Natale ricevo una telefonata. Sono la mamma di un ragazzo che frequenta l’università, dice. Avrebbe bisogno di un po’ di lezioni in matematica ed economia. Lei potrebbe? Oppure se conosce qualche collega disposto anche a venire da noi…perché sa, noi, continua, abitiamo fuori città e per mio figlio, lei capisce, spostarsi dalle nostre parti è difficile. Ma per quel che riguarda la tariffa oraria…non ci sono problemi eh…
Davvero ammirabili queste mamme che si fanno in quattro per risolvere i problemi dei loro figli.
Me lo immagino questo ragazzotto ultraventenne seduto al bar dell’università mentre organizza feste e veglioni in compagnia dei suoi simili o, annoiato, segue una lezione di marketing rimandando l’esame di economia all’infinito o ancora, se ne sta a letto fino a oltre mezzogiorno, al calduccio, sotto una decina di coperte, con lo stereo a tutto volume, mentre la sua mammina gli ha già preparato la spremuta e le brioche calde e si preoccupa per il suo pargolo e per i suoi esami.
Alla Bocconi ho saputo che prevedono persino dei colloqui con i genitori degli studenti. Perché hanno capito che l’utenza è sì facoltosa ma sempre più immatura e sempre meno capace di badare a sé stessa.
So di mamme che a casa fanno ricerche su internet per i loro figli, preparano relazioni, tesine, traducono versioni di latino e altro, mentre loro, i fancazzisti, se ne stanno a giocare con le play, chattano, ascoltano musica o passano ore in palestra a specchiarsi e a gonfiarsi i bicipiti.
E queste generazioni di giovani che lamentano di essere escluse dalle posizioni più importanti della società, sembrano avere sempre meno voglia di prendere in mano la loro situazione personale, anche se si tratta di farsi un panino o prepararsi per un esame.
Che dire? Non ho potuto aiutare quella brava mamma, né tanto meno il suo pargolo, che non ho conosciuto in quanto non si è preso la briga di venirmi a chiedere lui l’aiuto di cui ha bisogno e che, proprio per questo però, è come se già lo conoscessi.
Ahimè, la nostra è sempre più una repubblica fondata sulle mamme.
L’economia di questo paese si regge sull’energia messa in campo da queste donne energiche che non conoscono la fatica e farebbero carte false pur di aiutare i loro figli (e figlie) e vederli felici e realizzati.
Anche quando quelli saranno più che adulti, anagraficamente, e con gran fatica (dei loro genitori si intende) si saranno presi l’appartamentino tutto per loro, e magari alla fine avranno deciso di convolare a giuste nozze, le loro mamme non si arrenderanno. Continueranno a rammendare i loro calzini, a lavargli le mutande, a pulire i loro fornelli, a lavare i vetri delle loro finestre, dare aria alle loro camere, cucinare il ragù alle loro figlie.
E alla scuola elementare dei miei figli vedo un esercito di nonne ancora in gran forma che va a prendere i nipotini, provvede alla loro salute e alla loro crescita. Mentre le figlie (e i figli) pianificano le loro vacanze estive ai Caraibi o fan finta di sgobbare fino a tardi in qualche ufficio del centro.
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Allora, avete sentito che casino? Se non siete di Milano e dintorni forse non vi sono giunte alle orecchie le notizie relative alla situazione di caos che si è venuta a creare in queste ore a causa della neve scesa stavolta davvero copiosa su tutto il territorio lombardo.
E nemmeno sapete delle solite polemiche riguardo all’inefficienza da parte degli organismi competenti per far fronte ai problemi della gente che doveva andare a lavorare. Treni, tram e autobus con ritardi spaventosi, strade impraticabili, marciapiedi ghiacciati, ruspe e camion spargisale che si contavano sulle dita di una mano, le solite cose che si verificano puntuali ogni inverno, insomma.
Ma la cosa nuova di quest’anno è stata questa polemica incredibile tra la sindaca di Milano, Letizia Moratti, e l’assessore provinciale all’edilizia scolastica, Giansandro Barzaghi circa l’opportunità di chiudere o non chiudere le scuole del territorio.
Quest’ultimo, memore dell’episiodio fatale del crollo di qualche settimana fa alla scuola di Torino e anche (dico io) per pararsi il sederino, avrà giustamente pensato: “Ehi raga, se viene giù qualche calcinaccio per via della neve, e i ragazzi stanno sotto coi libri aperti, qua sono cazzi”.
Del resto noi che siamo soliti frequentare ogni giorno gli edifici scolastici e conosciamo bene le condizioni pietose in cui si trovano, sappiamo bene quanta ragione abbia l’assessore Barzaghi a dormire preoccupato.
Detto, fatto, l’assessore ha subito spedito una lettera a tutti i sindaci e dirigenti scolastici della provincia raccomandando di tener conto delle potenziali situazioni di pericolo che potrebbero verificarsi a causa delle montagne di neve accumulatesi sui tetti e sui cornicioni delle scuole.
Con grande soddisfazione di tutti, studenti e insegnanti in particolare, che così potevano prolungare un altro po’ le loro già lunghe ferie natalizie.
Ma la sindaca Letizia Moratti, non si sa bene per quale ragione, (che ce l’abbia anche lei con gli insegnanti scansafatiche?) o forse semplicemente per rimarcare un proverbiale (presunto) efficientismo meneghino, non ha voluto firmare l’ordinanaza e, in aperta polemica con l’assessore Barzaghi, ha detto che la situazione era assolutamente sotto controllo e che tutte le scuole di ogni ordine e grado potevano restare aperte.
Nel frattempo i centimetri di neve che si accumulavano sulle strade passavano dai venti preventivati ai quaranta centimetri effettivi, mentre persone bene informate sui fatti riferivano che nei magazzini del Comune le tonnellate di sale che sarebbero dovute servire a rendere il traffico milanese intenso ma scorrevole, si erano misteriosamente volatilizzate.
Insomma il caos sulle strade era totale e come se ciò non bastasse era pure esplosa la solita polemica politica.
L’effetto di questa decisione deve aver creato non pochi problemi agli altri sindaci del territorio (un po’ di destra, un po’ di sinsitra) su che cacchio fare e ancor più ha messo nello sconcerto migliaia di famiglie, studenti e insegnanti, non sapendo bene se a scuola il giorno dopo ci sarebbero dovuti andare o no.
Tra parentesi la scuola elementare dei miei figli era sì aperta nella giornata di ieri ma con mezzo insegnante per classe (altro che maestro unico), senza riscaldamento e pure senza mensa! Forse la sindaca non ha tenuto conto che per mandare avanti una scuola non bastano un paio di insegnanti dotate di motoslitta e due o tre solerti bidelle.
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Mangio due tartine a base di uova di caviale finto che mia moglie ha lasciato sul tavolo prima di fuggire dalle amiche per giocare a tombola. Ho ancora fame e allora sbrano due fette di panettone ricoperto di crema con i canditi alla frutta. Ho le mani tutte impastate di zucchero e cioccolato. Mi lecco le dita. Apro il frigorifero e stappo una bottiglia di spumante brut con tante bollicine, quello che ti fa venire il rutto col retrogusto amaro. Ho sete e bevo tracannando direttamente dalla bottiglia, tanto sono solo e non mi vede nessuno. Metto nel registratore una cassetta porno. E’ già a metà e la scena è quella in cui lei sta facendo un pompino a lui che se la ride tutto soddisfatto. Avrò visto quella stessa scena già una dozzina di volte. Ho caldo. Esco in terrazzo a prendere un’ po’ d’aria. In lontananza si sentono i primi botti. Ormai manca meno di mezz’ora al nuovo anno. Decido di sparare quattro, cinque colpi, mirando alla macchina nuova del vicino. Faccio partire una gragnola di fuochi. Prima salgono di qualche metro fischiettando e poi fanno il botto, bello forte che sembra di essere a Bagbad. Non mi basta, voglio qualcosa di più forte. Allora vado a prendere una bomba che mi ha dato mio cognato. L’ha comparata dai cinesi per settanta euro. Accendo la miccia che comincia a prendere. C’è puzza di polvere da sparo. Si leva una nuvola di fumo. E poi una fiammata anomala. Non faccio in tempo a spostarmi. Mi brucia una mano. Che cazzo è successo? C’è del sangue. Mi guardo la mano. Uno, due, tre…E il mignolo e l’anulare? Kim, il mio cane, tiene in bocca qualcosa. Merda è il mio dito. Dammelo. Glielo strappo dai denti. E l’altro? Deve essere finito giù dal terrazzo. Devo correre al pronto soccorso. Mi fascio una mano con l’asciugamano. Il bagno fa schifo. Sangue dappertutto. La mano mi fa male. In soggiorno la cassetta porno continua ad andare avanti. I lamentosi mugolii di lei sono ora coperti dalle mia grida soffocate di dolore. Cerco la chiave della macchina. Mi infilo il giubbotto e scendo. Mezzanotte meno due minuti. Per le strade sembra di essere di giorno. Luci e fuochi e spari ovunque. Arrivo al pronto soccorso che ormai è già il 2009. Mi vergogno, mi sento di merda. Ma scopro che non sono solo. Ci sono dei bambini con le bende agli occhi. Dei padri allucinati e delle madri con i vestiti bruciacchiati. Molte mani insanguinate. Mi viene incontro un giovane dottore. Tiro fuori da una tasca un fazzoletto tutto rosso di sangue. Gli mostro il dito staccato. Bravo, mi dice. E l’altro? Non so. Fa niente, dice, quattro già bastano. Annuisco. Tempo un’oretta ed esco con la mano fasciata fino al gomito. Penso a quello stronzo di mio cognato. E a mia moglie che non vince mai a tombola. Il 2008 è stato proprio un anno di merda.
Postato in: Racconti improbabili | Messo il tag: 2008, botti, capodanno, dita, sangue | 3 Commenti »
E il mondo sprofondò sotto la nube di una grande risata.
Chi l’aveva detto? Qualcuno che ora nessuno ricordava.
Sta di fatto che oramai era tutto un gran ridere, ovunque e comunque.
Quelli dei programmi televisivi tipo “Striscia la notizia” o “Blob” l’avevano capito per primi; che lo scandalo non suscitava più sentimenti di vergogna, di disgusto o di sdegno tra la gente. Semplicemente faceva ridere. E più era grosso lo scandalo e più faceva ridere.
La satira non era più, come lo era stata un tempo ormai lontano, semplicemente graffiante o sinuosamente tagliente. Era diventata velenosa, cinica, aggressiva, persino volgare. Rivolta più a degli elefanti o a dei bisonti che a delle persone sensibili.
Si ride per non piangere, il riso fa buon sangue, ridi che ti passa, o ridi che la mamma ha fatto gli gnocchi. Così si diceva prima. Ma ad un certo punto non si dovette più trovare una giustificazione per la risata.
Si poteva ridere anche per niente.
C’erano dei siti come scuolazoo.com dove si potevano trovare dei filmati assolutamente folli fatti da studenti della scuola superiore. Video che rappresentavano emblematicamente la demenzialità totale di quei tempi, realizzati con l’ausilio della tecnologia messa a disposizione di chiunque, anche se analfabeta o quasi. Guardando questi video oggi, colpisce il loro denominatore comune, che li rendeva assolutamente indigesti e insopportabili a chiunque avesse avuto un minimo di sale in zucca: il sottofondo ridanciano, la montagna di scemenza che riempiva le giornate di quegli strani animali del ventunesimo secolo riducendoli a stato di larve spettrali.
A scuola scoprivano i loro culi mentre la prof, con incredibile aplomb, spiegava la sintassi o parlava di storia, simulavano pompini sotto il banco o altre sconcerie a pochi centimetri dall’insegnante di matematica che scriveva sulla lavagna non si sa per chi, ballavano il rap intorno alla cattedra, si facevano le canne al cesso, filmavano tutto trasformando in pixel e kilobyte ogni loro gesto, ogni millisecondo della loro vita di merda.
E poi?
E poi ridevano a crepapelle per la stronzata che avevano appena fatto.
Il bello è che credevano, così facendo, di dimostrare agli altri una impareggiabile vitalità, un brio e un irrefrenabile entusiasmo per la vita.
Mentre in realtà vivevano in un evidente stato comatoso, una specie di limbo della perdizione. Amavano l’orrido, lo sconcio, il puzzolente, la profanazione, la merda, il vomito e tutto ciò che faceva schifo alle persone sane di mente ed equilibrate. Godevano a calpestare ogni straccio di regola che veniva loro richiesta e a tirare fuori il lato peggiore che avevano dentro, esibendolo.
Non è un caso che i jeans portati ben sotto la cinta con l’ostentazione delle mutande e persino delle parti intime fosse diventato per loro un atto di distinzione, un marchio di fabbrica.
E la fabbrica da cui uscivano stava lavorando a pieno regime, a quanto ci è dato di sapere oggi.
Ridicolizzavano tutto trasformando ogni relazione in un corto circuito di non senso e demenzialità.
Irriverenti, per non dire insolenti, nei confronti di chiunque dimostrasse un segno di diversità, un altro modo di essere, di pensare, di muoversi o di vivere.
Rompevano e sporcavano tutto ciò che stava sul loro cammino. Urlavano tra di loro, si sbeffeggiavano, si davano spintoni anche violenti, arrivavano al corpo a corpo, ai calci e ai pugni per un nonnulla.
Ma guai a riprenderli e a tentare di svegliarli dal sonno delle loro menti.
Perché loro scherzavano, non facevano sul serio. Così dicevano. E infatti il più delle volte finivano col darsi la mano in segno di tregua, alla maniera delle tribù mahori, e ridevano.
Sì, ridevano.
E i loro insegnanti disperati che non ridevano, anzi li guardavano con aria confusa e perplessa, e si preoccupavano sinceramente per loro e si interrogavano e dicevano ma-dove-andremo-a-finire-di-questo-passo? passavano per quelli tristi, chiaro, per quelli che non avevano capito davvero un cazzo della vita, sempre chini sui libri a leggere e a studiare, degli sfigati insomma.
Cosa serviva studiare tanto se poi anche loro erano finiti lì a fare la muffa, in quella merda di scuola con loro e come loro, a fare i pirla insieme a loro e non riuscivano neanche a capire perché si erano ridotti in quello stato e si comportavano così?
Provate a cercare nei vostri libri per vedere se riuscite a spiegare anche questo, dicevano, i vostri libri del cazzo, voi che volete sapere sempre tutto e trovare una spiegazione a tutto.
La risata divenne un gesto liberatorio. Contro ogni tipo di crisi, anche economica.
C’erano psicoterapeuti in giro che praticavano terapie di gruppo per gente che cadeva in depressione. Usavano tecniche improntate alla riconquista del sorriso da parte delle persone sfortunate, che manifestavano seri problemi di relazione o di accettazione. Insegnavano loro a fare cose che non facevano più dai tempi della loro infanzia. Cose semplici, sepolte dalla polvere del tempo. E insegnavano loro a ridere.
Sappiamo che il numero dei depressi era in forte aumento. Fino a crescere a dismisura, anche tra i più giovani.
E contemporaneamente il numero di quelli che ridevano per niente.
Chi non rideva era considerato un pazzo depresso e allora andava a farsi curare.
Uscivano dalle cliniche trasformati e ridevano sempre.
Anche quello che tutti chiamavano Presidente era uno che rideva sempre. Raccontava barzellette nelle riunioni o durante le conferenze stampa e tutti giù a ridere.
La crisi era solo una questione di testa, diceva, bisognava essere ottimisti e ridere. E allora tutto sarebbe apparso secondo una luce diversa. All’inizio molti erano gli scettici, ma poi piano, piano tutti lo seguirono.
E nelle loro convention affollatissime e piene di entusiasmo tutti si sbellicavano per le gag del loro capo e saltavano al ritmo di: “Chi non ride, chi non ride, comunista è”.
Postato in: Studenti | 1 Commento »
Ieri pomeriggio mi sono bevuto tre ore su un Eurostar.
Coccolato dai lievi sussulti del treno in corsa in mezzo alle campagne avvolte nella nebbia, senza accorgemene, mi sono assopito per qualche minuto dietro le pagine di un libro. Ad un certo punto, ridestatomi, mi sono guardato intorno; ho così scoperto di non trovarmi più nello scomparto di un treno, bensì nel bel mezzo di un ufficio pieno zeppo di distinti manager, impiegati indaffarati e segretarie rampanti.
Di fronte a me un attempato signore con i capelli neri posticci e il viso color sabbia fissava decine di appuntamenti col suo cellulare per la settimana prossima. Qualche sedile più in là un altro tizio pestava con impeto le dita sulla tastiera di un pc portatile più spedito di un pianista. Un altro scartabellava documenti, prendeva appunti, consultava agende. Un altro ancora, sempre dal cellulare, redarguiva la segretaria per qualche inezia. Due signore inondate di profumo e fondotinta infine discutevano animatamente di prodotti derivati e banche d’affari.
Io che, per far passare il mio tempo, non avevo niente di meglio da fare se non guardare fuori dal finestrino la piatta campagna lombarda e pensare pigramente alle mie cose da niente, mi sono sentito come un ranocchio dentro la vasca dei pesci.
Possibile che la gente non possa più fermarsi nemmeno un attimo, nemmeno quando è in treno? Che so, schiacciare un pisolino, scaccolarsi di nascosto col dito mignolo, scambiare due parole col tizio che è seduto di fronte, andare al cesso per pisciare, leggere un libro?
Ma siamo sicuri che senza la frenesia di queste brave persone, la vendita di mutande firmate, la produzione di fibbie, brugole o occhialini alla moda col marchio made in Italy andrebbero alla malora?
E’ proprio vero che noi insegnanti siamo fatti di un’altra pasta. Noi che ancora gustiamo il tempo che passa, o che non passa. Noi che ancora guardiamo fuori dal finestrino. Noi che ancora sappiamo cos’è la noia, il silenzio.
Anche questa notte passerà
Questa solitudine in giro
titubante ombra dei fili tranviari
sull’umido asfalto
Guardo le teste dei brumisti
nel mezzo sonno
tentennare
(Noia, Giuseppe Ungaretti)
Postato in: Studenti | 5 Commenti »
Ecco, siamo alle solite. Quando il gioco si fa duro, noi italiani che abbiamo sempre paura del buio, scegliamo i solidi teutonici. Alle checche francesi preferiamo quei panciuti tedeschi mangiapatate. Alla Creme Bechamel, i Wurstel con i crauti acidi che ti restano sullo stomaco per tre giorni, ai Marrons Glacès e alla delicata Creme Chantilly, i Wiener Schnitzel mit Kartoffeln, Gurken und Gulaschsuppe che ti tappano l’intestino che poi neanche l’idraulico liquido riesce a sturarti.
E’ l’ultima dichiarazione di Berlusconi che, confidenzialmente, ha detto di preferire Lufthansa ad Air France come partner ideale per la nostra putrefatta e puzzolente compagnia di bandiera.
Naturalmente nessuno gli aveva chiesto niente, ma lui, si sa, doveva dire la sua e alla fine l’ha sparata.
Dopo aver simpaticamente giocato a nascondino con la Panzer Angela Merkel, scegliendo Trieste (ex cittadina asburgica dell’alto Adriatico) come luogo ideale per una delle sue solite e spensierate marachelle, è passato alle dichiarazioni informali in sala stampa, che da sempre sono lo strumento a lui preferito per le sue cazzate mediatiche ed anche la gioia di comici e vignettisti.
E’ almeno dai tempi di Vercingetorige che i galletti d’oltralpe ci stanno sui coglioni. Nel frattempo c’è stato quel malinteso a lieto fine tra il nostro raffinatissimo Materazzi e quell’ingenuone di Zidane che non ha saputo tapparsi le orecchie e far finta di niente ed ha reagito in modo tanto plateale (e sì che ha pure giocato in Italia quel Zidane; possibile che ‘sti francesi non sappiano mai stare al gioco degli italiani figli de puta?) che ha finito col regalarci il mondiale.
In questi ultimi tempi di magra invece non ci va giù questa cosa antipatica che ‘sti ricchioni di francesi ci soffino pure le fighe.
Prima l’attrice Monica Bellocci da quell’attore o regista…come si chiama? Poi l’ex fotomodella Carla Bruni dal Presidente Sarkozy in persona. Nonostante, verrebbe da dire, la proverbiale carica di simpatia e charme esercitata dal nostro sempreverde Presidente. Il quale invece preferisce scherzare con la gnoccona Angela. Fortuna che, tanto per rafforzare l’amicizia tra i due paesi, non le abbia dato anche una bella pacca sul culo. O forse certe delicatezze pensava di riservargliele in qualche altra occasione, magari più tardi in una cenetta a lume di candela, a base di salsicce farcite con lo speck e fritte nel burro, cetrioli allo yogurt e pinte di birra.
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