Quando ero ragazzo…

     Quando ero ragazzo le cose erano tutte più semplici. Almeno di questo sono assolutamente convinto. C’erano quelli a cui piaceva studiare, e quelli a cui non piaceva. Nel senso che preferivano altre cose, tipo giocare a pallone. I ragazzi, i genitori e gli insegnanti delle medie non avevano difficoltà a capire le cose come stavano veramente. E le chiamavano col loro vero nome. I primi (quelli bravi) andavano al liceo, gli altri (gli asini) facevano altre scelte. Qualcuno sceglieva la scuola per geometri, qualcun altro la scuola professionale; qualcuno infine non ne voleva proprio sapere di continuare a studiare e allora il padre gli cercava un’officina dove andare a fare il garzone. Ed era chiaro sapere a quale dei due gruppi appartenevi. Se facevi parte del primo, era perché eri bravo a scuola, eri uno che prendeva i nove e i dieci, uno che leggeva i libri per piacere,  per il gusto di leggerli. Uno che amava le poesie e che girava per librerie e biblioteche. Uno a cui piaceva sfogliare le enciclopedie e risolvere i problemi di matematica. Ora invece sembra tutto molto più complicato.  “Il ragazzo è intelligente. Peccato che non abbia voglia di studiare. Ma se spronato può migliorare. Al liceo potrebbe trovare gli stimoli giusti”. Così dicono oggi gli insegnanti di certi ragazzi.  “Va benino. Certo, potrebbe fare meglio.”  E’ la loro formula preferita. Quella che li libera da ogni giudizio definitivo. Vi immaginereste dei medici parlare della vostra salute allo stesso modo?  “Il suo stomaco va benino, ma potrebbe andare meglio.”   “Ma dottore io laggiù ho dei dolori insopportabili.”  Ci si stupisce sempre di più del vuoto culturale di cui sono permeati i ragazzi oggi. Potremmo dire con un eufemismo,  che sanno molto poco, ma la sostanza non muterebbe.  A dirla con una espressione semplice, semplice e senza peli sulla lingua: sono ignoranti. Non proprio tutti, si capisce, ma non è quel risicato due per cento che ci può consolare.  E la maggior parte di loro non sa nemmeno se è interessata o meno a studiare. Ad impegnarsi per un certo numero di anni. A sacrificare un certo numero di ore ogni pomeriggio delle loro giornate. Nemmeno i loro genitori lo sanno.  Meno che meno i loro insegnanti. Ma forse loro lo sanno benissimo e se ne guardano bene dall’informare i diretti interessati.   E allora si fanno dei progetti di orientamento.   E anche quelli di riorientamento. Brutto termine quest’ultimo (che tra l’altro non esiste neanche sul vocabolario) perché vuol dire che quello fatto prima, l’orientamento appunto, è miseramente fallito. E dunque se ne elabora uno nuovo.      “Scusa ragazzo, ma abbiamo sbagliato tutto”, gli si dice ad un certo punto.  “Dovresti cambiare la tua rotta”.      Ogni scuola che si rispetti ha un progetto di orientamento. Oppure, ancora meglio, si contattano direttamente degli esperti del ramo. Mi dicono che l’Università Bocconi ha istituito un gruppo di lavoro con tanto  di psicologi specializzati sulla questione.   Ai ragazzi fanno fare un test, la solita lista di domande a cui si deve rispondere con una crocetta al posto giusto. Tipo quelle cose dove ci sono cinque possibilità e bisogna sceglierne una.     E dai risultati gli esperti capiscono le inclinazioni del ragazzo.     “E’ portato per le materie scientifiche”.     “Nutre una particolare predisposizione per le arti figurative”.     Chissà se quel test individua con precisione anche i ragazzi con un particolare talento per i lavori manuali. Di questi tempi ce ne sarebbe davvero un gran bisogno e soprattutto sembrano essere i più remunerativi.    

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