Una statistica recente riferisce che il settantacinque per cento degli addetti ai call center possiede una laurea. Splendido. Lavorare in un call center significa quasi sempre essere impiegati con un contratto a termine (tre mesi, sei mesi, massimo un anno) con uno stipendio che si aggira intorno ai seicento euro mensili. A proposito di remunerazione e di lavoro. Quella giungla che è il mondo del lavoro. Con la fissa del posto fisso. Quello che tutti i nostri genitori avevano di diritto, come la più normale delle garanzie, oggi appare come una chimera. Potevi fare il fattorino, l’impiegato alle poste o il meccanico all’Alfa di Pomigliano ed era per tutta la vita. Sono passati solo un paio di anni e ci troviamo a vivere in un paese che stentiamo a riconoscere. Un paese precario. Uno stato dove più niente è sicuro, a parte l’incertezza del domani. Un giovane italiano per laurearsi deve spendere più o meno vent’anni della sua vita dentro un ambiente scolastico: scuola dell’infanzia, scuola primaria, secondaria, università. Lasciamo perdere se in quegli ambienti il bambino, ragazzo, o giovane studente che sia, abbia studiato o fatto qualcos’altro. Non sempre è stata colpa sua. Lasciamo perdere se quegli edifici siano ben attrezzati (computer, aule multimediali, palestre, laboratori, carta per le fotocopie, cessi puliti con lo scopino, carta igienica, ecc.). Lasciamo perdere se quegli ambienti abbiano l’agibilità, siano dotati di sistemi di sicurezza adeguati in caso di incendio, terremoto o tsunami. Lasciamo perdere se siano ben riscaldati. La cosa certa è il risultato finale: seicento euro mensili. La domanda sorge allora spontanea: ma ne valeva davvero la pena? Perché perdere tanto tempo inutilmente? Non è una domanda retorica e nemmeno scontata. Hanno reso la scuola pubblica patrimonio di tutti ed è un grande risultato per un paese come il nostro che si dichiara in ogni momento “democratico”. Non sempre è stato così. Quando io ero ragazzo c’erano alcune scuole nella mia città che se si veniva a sapere da parte dei compagni o di qualche insegnante che eri il figlio di un operaio o di un impiegato, beh conveniva essere il più bravo della classe se non volevi rischiare di fare una brutta fine tipo essere respinto, emarginato o magari deriso da tutti. E non parlo di sessanta anni fa. Oggi la scuola è una delle poche cose di cui tutti possono godere liberamente e con costi in fondo più che modesti. Niente costa così poco come l’iscrizione ad una scuola pubblica. E forse è anche per questo che viene tanto denigrata. E riguardo ai costi dei libri di testo in realtà si tratta di un falso problema. Un telefonino cellulare di ultima generazione costa molto di più dei libri di un intero anno di scuola. E poi oggi ai ragazzi gli prude un sacco di avere sulla scrivania i libri dell’anno precedente che non utilizzano più. Se ne liberano appena possono, rivendendoli. Quanto costa una baby-sitter all’ora? Dieci euro circa. E la baby-sitter non fa niente di particolare. Accudisce il bambino affidatogli e controlla solo che non si faccia male. Raramente deve preparargli da mangiare e quasi mai deve seguirlo nelle sue attività scolastiche. Dieci euro all’ora per tenere nostro figlio parcheggiato in casa. Quante ore i nostri ragazzi passano in un scuola superiore? Almeno trenta ore settimanali per un totale di trenta settimane all’anno. Fanno in tutto novecento ore. Una baby-sitter ci costerebbe novemila euro, contro i centocinquanta euro di una tassa scolastica di iscrizione per un anno di scuola. Ma la baby-sitter non parla ai nostri figli di Omero, di Virgilio o della Divina Commedia. Non insegna matematica e fisica o chimica e biologia. E poi ci sono le spese di mantenimento degli ambienti scolastici, il riscaldamento (ahimè questo talvolta manca o non è tanto efficiente), le attrezzature, la pulizia delle aule. Potremmo continuare ancora su questa strada per concludere senza ombra di dubbio che la scuola pubblica è davvero una grande cosa. Una risorsa enorme a disposizione di milioni di ragazzi completamente gratuita o quasi. O almeno così dovrebbe sembrare agli occhi di tutti coloro che non portano i paraocchi. Il fatto è che quando una cosa è gratis allora ci si può sputare anche sopra. Così la scuola è diventata sì patrimonio di tutti, ma nel frattempo, sotto il peso della sua offerta a buon mercato si è enormemente svalutata. Ha perso il suo valore di un tempo. Gli insegnanti hanno perso tutto il prestigio di cui godevano anni addietro nella società, paragonabile a quello di tutti gli altri notabili e professionisti. La posizione sociale di un docente di liceo di una media provincia italiana era più o meno equivalente a quella di un avvocato, di un medico o di un ingegnere. Oggi la distanza è abissale e non solo in termini economici, ma proprio in termini di considerazione sociale. E’ diminuito enormemente il suo valore percepito all’interno della società, il suo ruolo è considerato marginale, effimero, superato. Ma in realtà tutti pagano le conseguenze di questa scarsa considerazione della scuola e dei suoi addetti. Non solo gli insegnanti. Prova ne è la difficoltà che i giovani diplomati e laureati hanno a trovare un posto di lavoro decente, degno di questo nome. Tutto ciò è molto triste.