L’automobilista formica

Quando alle sei e quarantacinque l’automobilista-formica parte da casa il cielo è ancora cupo e buio e il candore dell’alba non ha ancora squarciato l’oscurità della notte. Ma le decine di strade che deve attraversare ogni mattina già luccicano da un pezzo. Come per effetto di una fonte inesauribile di energia. Come adolescenti schizzati in una notte di festa. Sono le centinaia di Truck of the year che rigonfi di merce come bomboloni alla crema, transitano, sbuffano, e scorazzano lungo le sottili strisce di asfalto che tagliano in lungo e in largo la tavola piatta di terra che è la cintura metropolitana. Procedono spediti e sicuri come se i conducenti di quei mostri conoscessero a menadito ogni metro quadro di questa nostra terra fredda e desolata. Ma non è così. La maggior parte di loro viene dalla Turchia, dall’Ucraina, dalla Moldavia, dalla Westfallia e sono solo di passaggio. Tra qualche ora saranno da tutt’altra parte, in direzione delle Alpi svizzere, della Slovenia o della Croazia, degli Apennini.Come tanti globuli rossi lungo un vaso sanguigno con il compito di portare alle cellule del mostro  ossigeno e nutrimento. Mentre l’automobilista avanza lento e impaurito, con un cerchio alla testa che gli ricorda come mezz’ora fa fosse ancora sotto le coperte, una schiera di bisonti gli corrono incontro, gli passano accanto minacciosi e lo sfiorano di una decina di centimetri, tossendogli in faccia i loro aliti puzzolenti di nafta combusta e polvere sottile. I loro fanali  potrebbero illuminare la pista di un aeroporto, tanto violenti sono i raggi di luce che sprigionano dai loro bulbi, e invece sono puntati dritti contro le pupille di altre centinaia di automobilisti e camionisti che procedono sulla carreggiata opposta, in un gioco speculare di prepotenza e arroganza. I pendolari dell’hinterland sono costretti a condividere con questi dinosauri il loro spazio vitale, fatto di una sottile striscia di asfalto che divide casa e posto di lavoro; posto di lavoro e casa. Due punti qualunque, P e Q, sperduti in un dedalo di intricate linee su una cartina stradale. Due cerchietti anonimi che la mano di Dio  ha voluto unire in una sorta di misterioso gemellaggio tramite un movimento pendolare e periodico. La maggior parte di questi uomini-formica deve fare non più di venti chilometri ogni mattina ed altrettanti alla sera ma è come se dovessero attraversare la giungla equatoriale o la savana. Ogni giorno dell’anno la stessa identica storia, ripetuta all’infinito come un brutto film in bianco e nero, o come una copiatrice laser impazzita. 

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