Ho deciso di essere gay

Qual è l’offesa peggiore per un ragazzo di sedici anni, qual è la parola che più lo ferisce, che più lo disturba, che più lo rende vulnerabile anche agli occhi dei suoi compagni? Sentirsi dire che è un frocio. Un finocchio, un gay, una checca. Siamo nel 2008 e “pederasta” è ancora un attributo pazzescamente offensivo. Meglio deficiente, figlio di puttana, stronzo, testa di cazzo, ma finocchio no, questo è troppo. Un giorno parlo con alcuni ragazzi e ragazze in una classe. Salta fuori, non so come, l’argomento omosessualità e tutti cominciano ad alzare la voce, ad eccitarsi per l’argomento scabroso. Vola anche qualche offesa, qualcuno dà del finocchio a un altro compagno, così tanto per scherzare,  e succede il finimondo, l’inizio delle ostilità, il caos. Mi interessa questo approccio prepotente e brutale al tema e allora cerco di approfondire, come posso, nel marasma e nel casino che un qualsiasi argomento non scolastico suscita inevitabilmente tra gli studenti.     E’ giusto parlare anche di queste cose a scuola. Non sono un esperto, ma sono un adulto istruito e mi sento autorizzato a dire la mia e soprattutto ad ascoltare.     Così scopro che l’omosessualità non viene più percepita dai ragazzi come una malattia, come forse poteva essere avvertita qualche decennio fa. Meno male, mi dico; mi sento per un attimo sollevato.     Ma poi qualcuno dice candidamente che è un vizio, una depravazione dell’uomo e allora ripiombo nello sconforto.     Scopro che tutti o quasi i ragazzi e le ragazze che ho di fronte  sono dell’idea che in qualche modo i gay sono così per una loro scelta consapevole e libera, nel senso che hanno deciso loro di essere omosessuali.  L’essere attratti da un essere umano diverso da noi o dello stesso sesso è  cosa che in qualche modo rientra nell’ambito delle nostre facoltà di decidere.     Non è la natura che fa tutto, che ci rende belli o brutti, biondi o castani, pelosi o glabri, intelligenti o ritardati, omosessuali o eterosessuali.     No, ognuno di noi sceglie da che parte stare, un po’ come essere di  destra o di sinistra.     Questo è ciò che pensano i nostri ragazzi. Forse anche molti adulti la pensano in questo modo. L’omosessualità come una libera scelta consapevole. E siccome questa scelta è anche eticamente sbagliata, perché questa è la loro convinzione, allora essa è anche immorale e dunque una forma di depravazione.     Da un po’ di anni a questa parte ci capita di vedere in televisione cantanti, ballerini, artisti di ogni genere, operatori della moda e dello spettacolo, tutti dichiaratamente omosessuali. Chi lo dice apertamente, ai quattro venti e senza vergogna come è giusto che sia, chi invece lo bisbiglia sottovoce, a prezzo di grandi sacrifici personali, anche dal punto di vista professionale.      Alcuni di essi sono dei geni indiscussi nel loro campo. Altri lo sono un po’ meno o per niente.     Ma secondo i miei studenti hanno tutti maturato in sé il germe di questa forma di depravazione interiore, forse per il gusto di trasgredire, o semplicemente per il piacere di apparire diversi e originali.     Non c’è scuola che non preveda nel suo POF (il famigerato piano dell’offerta formativa) un corso sulla sessualità rivolto ai ragazzi. Affinché i nostri giovani crescano in modo maturo, vivano serenamente i loro primi approcci ai sentimenti, al rapporto con gli altri, all’amore e alle forme di piacere fisico e psichico.         Questi corsi sono tenuti da psicologi, assistenti sociali, esperti (così si presume) che operano in ambito sanitario sul territorio locale e dunque quanto di meglio si possa desiderare per un’azione formativa ed educativa della sfera sessuale dei nostri giovani.     Tutte queste attività tolgono tempo alle attività didattiche (un sacco di ore in meno di matematica, di italiano, di inglese), ma questo non è l’aspetto più grave. Se questi corsi servissero a qualcosa, voglio dire.     E questi corsi hanno anche un costo. Perché questi operatori esterni si fanno pagare per le loro attività educative. La scuola li paga con le stesse risorse che riserva per le ore di supplenza a pagamento, per acquistare la carta delle fotocopiatrici, per il toner delle stampanti.     Gli stessi esperti che operano sul territorio, o loro colleghi omologhi, tengono annualmente delle lezioni anche sulle tossicodipendenze e sugli effetti delle droghe leggere o dell’alcol sull’organismo.    Anche queste sono ore rubate alle attività di insegnamento e di nuovo questo non è l’aspetto più grave. Sempre che questi corsi servissero solo un pochino. Un giorno, per caso, parlo con dei ragazzi della mia scuola di “fumo”. Fa più male fumare degli spinelli o fumare delle sigarette normali? – chiedo.     Risposta: Che domande fa, prof. Fa più male fumare sigarette normali, chiaro, perché lo spinello uno lo fuma ogni tanto, mentre le sigarette normali, beh di solito uno fuma un pacchetto al giorno!     Scopro allibito che tutti, ma proprio tutti, hanno la stessa idea.   Mi chiedo: con risposte e convinzioni radicate come queste, a che cosa sono serviti i corsi sulle tossicodipendenze o sulla sessualità?

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