Ecco Walter

Walter ha quindici anni e pesa novanta chili.

Indossa da settembre a giugno sempre lo stesso giubbotto imbottito nero, che non toglie mai, nemmeno per andare in bagno.

Ha i capelli incollati col gel che sembra sudore, lunghi e alti come la cresta di un porcospino e in bocca tiene un armamentario di acciaio che il dentista gli ha sistemato tre anni fa. Dice che lo dovrà tenere ancora un paio di anni. E quando sarà maggiorenne avrà la bocca meglio di Brad Pitt. Fa un po’ pena vederlo conciato in quel modo che sembra un cyborg,  ma lui dice che non gli fa male. E poi l’attrezzo in bocca non gli impedisce di parlare e di dire un sacco di bestialità.

Da grande non sa quello che farà. Per ora passa tutto il suo tempo libero attaccato alla Playstation 3. Dice che la Play 2 è superata e che ci giocano solo i dilettanti. Il mattino, quando arriva in classe con gli occhi gonfi di sonno, è perché la sera prima è rimasto in piedi a giocare fino a oltre mezzanotte.

La prima ora continua a dormire e quando, verso le nove del mattino, solleva la testa dal tavolo e stiracchia gli arti fin sotto la cattedra,  chiede di uscire per andare al cesso. Raggiunge la porta trascinando i piedi dentro le sue Nike bianco luride. Tiene le mani infilate nei jeans col cavallo abbassato fino al ginocchio. Quando, con calma elefantiaca, ritorna in classe, ha le tasche piene di merendine, lattine di coca e caramelle, che distribuisce al resto della classe.

E’ un buono Walter, ma tanto suscettibile e permaloso. Guai a chi prova a stuzzicarlo. L’incredibile Hulk in confronto era un agnellino. Scaraventa i suoi rivali sui muri mettendo a dura prova la flebile resistenza del cartongesso; descrive le loro madri con un lessico da consumato marinaio; stringe le mani come due morse attorno ai loro colli e non molla fintanto che non vede le loro facce di colore viola. Alla fine dice sempre che scherzava.

Prova un’ammirazione viscerale per Dragon Ball, Naruto, Yu-ghi-ho e tutta quella roba  lì e fa fatica a credere che si tratti solo di cartoni animati. Sente di assomigliare un po’ a quei rabbiosi personaggi dall’umore altalenante e in cuor suo anche lui percepisce di non essere proprio un normale essere umano. Non possiamo dargli torto.

Se gli chiedi se ha fatto i compiti, ti squadra sconcertato, come se gli avessi appena chiesto di regalarti cento euro; poi  infila la mano nel suo zainetto e con molta flemma estrae uno sgualcito quadernetto multipurpose, adatto ad ogni evenienza. Quando, col solito aplomb, ha finito di sfogliarlo davanti a te fino all’ultima pagina, non trovando miracolosamente uno straccio di esercizio svolto da esibire, riconosce di non essere stato particolarmente bene il pomeriggio prima.

Durante la tua ora di lezione sgranocchia chipster come se fosse al cinema. Quando lo riprendi e gli dici che non è bello fare ciò che sta facendo, ti risponde molto educatamente con uno “scusi prof” e mette via tutto. Ma dopo dieci secondi lo vedi che continua a divorare chipster da sotto il banco.

Walter dice di praticare arti marziali; una specie di judo vietnamita con un nome impossibile da ricordare; sua mamma glielo fa fare dietro stretto suggerimento del medico e di una vicina di casa. I risultati sono quelli che sono, tant’è che il prof di ginnastica (pardon, di educazione fisica) dice che è pesante nei movimenti. Ma no?

La mamma di Walter è meno della metà di Walter. Quando parli di suo figlio, pensa che ti stai sbagliando e che ci deve essere un altro Walter nella stessa classe. Tutte le volte che glielo nomini, se lo vede ancora tra le sue braccia che beve il biberon e muove le gambette, il suo piccolo Walter,  e gli occhi le brillano. In fondo è stato solo poco tempo fa, anche se non sembra.

Le mostri il lungo elenco di ingressi in ritardo, le assenze, le note sul registro, gli impreparati, i quattro e i tre…Ti dice che suo figlio è un timidone e tu stenti a crederle.  Ti dice che, quando vede le compagne di classe, per strada, arrossisce e svolta dall’altra parte. E anche se fosse, che c’entra col fatto che non studia?

Il buon Walter durante l’intervallo va su e giù per il corridoio. Anche durante le ore di lezione va su e giù per il corridoio. Arriva sino al bagno, vede se c’è qualcuno con cui chiacchierare, poi torna indietro. Se lo incroci ti saluta; “buongiorno, prof”, dice ogni volta. E in una mattina può capitare che ti saluti anche venti volte, sempre con la stessa formula: “buongiorno, prof”.

Il buon Walter tifa per il Milan. Se qualcuno gli dà corda parlerebbe di calcio per ore. Conosce tutte le compravendite dei calciatori di tutte le squadre di serie A, B e C. Si ricorda i risultati di tutte le partite degli ultimi dieci campionati. Conosce la formazione tipo di ogni squadra, anche dell’Empoli o dell’Albinoleffe. Ma quando il prof di ginnastica (pardon educazione fisica) gli dice di tirare un pallone in porta, Walter prende la rincorsa e patapaff, ruzzola dritto per terra e si sloga una caviglia.

Ora Walter ha la gamba ingessata e a scuola ci viene con le stampelle, che usa soprattutto come arma offensiva verso i suoi compagni. Terrà il gesso per un mese e per un mese non potrà venire alla lavagna. Perché gli fa male la gamba, dice. Ma al cesso ci va lo stesso, trecento volte al giorno, anche se un po’ più lentamente del solito.

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