I soliti ignoti è il titolo di un famoso film di Mario Monicelli e più di recente quello di un noto programma televisivo condotto da Fabio Frizzi.
Chi lo segue abitualmente sa che il concorrente di turno deve indovinare il mestiere di una decina di persone invitate al programma semplicemente sulla base del loro aspetto fisico e del loro abbigliamento. L’abito per la verità non sempre fa il monaco, questo è da tanto che lo si dice e a maggior ragione in casa Rai, dove per mettere in difficoltà il concorrente, talvolta travestono un cardiochirurgo da cameriere o un bracciante agricolo da promoter finanziario.
Io che faccio l’insegnante da anni, spesso sostengo che riuscirei a scovare un mio collega tra mille anche se camuffato da acrobata, ma le poche volte che un prof è capitato in mezzo a quella decina, ho sbagliato pure io.
L’impresa è dunque davvero ardua, per non dire disperata, visto che la fisiognomica ormai è una disciplina pseudoscientifica considerata superata e i tempi delle teorie strampalate del Cesare Lombroso appaiono ormai lontani. Sarà per questo che i concorrenti possono anche usufruire di alcuni indizi (ahimè anch’essi il più delle volte fuorvianti) proferiti direttamente dai partecipanti di cui si deve indovinare la loro principale occupazione.
Ed è proprio di questo che voglio parlarvi. Al programma dell’altra sera erano rimaste da indovinare le attività di quattro persone: un geologo, il proprietario di un negozio di alimentari, un ginecologo, un venditore di moto.
Chiamata una signora sul palco, la concorrente chiede di avere gli indizi. Spesso gli indizi sono assolutamente privi di utilità, come ad esempio “ho un cane di nome Tobby e una gatta di nome Milù” oppure “vado matto per le melanzane alla parmigiana”.
Ma questa volta uno degli indizi era davvero indicativo: “Qualche volta mi chiedono la fattura”.
A chi è che si chiede qualche volta la fattura?
Diamine, in un paese normale la fattura non dovrebbe essere chiesta. La fattura ti dovrebbe essere data sempre, automaticamente, accompagnata dalla prestazione o dalla merce che ti viene venduta.Talvolta, quando accompagna una merce di consumo, quel pezzo di carta si chiama scontrino (quello che ti dovrebbe dare il proprietario di un negozio di alimentari) o eventualmente bolla di accompagnamento (nel caso che ti vendano una moto e te la consegnino a casa).
Ma insomma un ginecologo che dice “qualche volta mi chiedono la fattura” è un po’ come se dicesse apertamente davanti a sei milioni di spettatori: beh sì, se proprio qualche mio paziente me la chiede, io anche gliela faccio sta benedetta fattura, ma se non me la chiede…io marameo che gliela faccio…
“Qualche volta mi chiedono la fattura” come deve essere intesa se non nel senso: “Qualche volta queste mie pazienti, dopo che io le ho curate, hanno pure il coraggio di chiedermi una cosa così assurda come la fattura !!!” ?
Sarà che sono maligno, come al solito. Ma no, quella elegante signora non poteva proprio essere una ginecologa.
Bene, quella elegante signora sul palco era davvero una ginecologa.
Ora io non so se quegli indizi del cavolo sono scritti da qualche oscuro e anonimo omino Rai poco attento al significato delle parole, o se davvero escono senza filtri direttamente dalla bocca dei partecipanti, fatto sta che l’immagine di questa Italietta, anche nelle piccole cose, è sempre al solito desolante.
E per giunta siamo nella situazione paradossale in cui una presunta ginecologa apertamente ammette (in una trasmissione televisiva con punte di ascolto da record) di emettere regolari fatture solo quando supplicata in ginocchio dai suoi clienti.
Non so cosa altro aggiungere.
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Non è che me ne intenda moltissimo, ma mi pare che esistano anche delle scelte fiscali di tipo “forfettario”, per cui non si è obbligati a emettere fattura se non a richiesta: diamo un po’ di fiducia al prossimo, in quest’Italia così ligia al dovere e così attenta al pagamento delle tasse…