Oggi Monique ha pianto per tutta l’ora.
Di solito ride a crepapelle, incontenibile, e non segue la lezione. E’ il ritratto della cicala, che incurante di tutto, prende il sole e se la spassa.
Oggi invece piange e continua a non seguire il lavoro in classe.
Con gli occhi gonfi di lacrime, si asciuga con decine di fazzoletti di carta.
Sfoglia sconsolata il libretto dei voti in compagnia di un’amica che prova a darle conforto.
Maggio è tempo di bilanci.
E per questi ragazzi che non sanno organizzarsi neanche per il giorno dopo, la prospettiva di un fallimento imminente è vissuta come una fatalità, un destino avverso non voluto, piuttosto che il risultato di una personale cattiva condotta.
E poi la scuola non è finita, ci sarebbe ancora del tempo per un miracolo, e a scuola di questi tempi i miracoli accadono sempre più spesso.
Ma prendersela con la tragica fatalità e lasciarsi trascinare, continuando a non fare, continua ad essere la strada più facile.
Se la scuola fosse una metafora della vita, e talvolta lo è, anche questo sarebbe un bell’esempio da cui imparare qualcosa.
Sono stufo di fare la parte di quello che dice sempre l’ultima parola e non infierisco ulteriormente su questa ragazza a cui non è stato insegnato il valore della responsabilità. Sta già male per conto suo.
Ma stavolta non ho neanche voglia di tirare fuori qualche parola indovinata per consolarla. Perché non è neanche giusto andare sempre in soccorso di chi se ne frega allegramente di tutto, pur sapendo che si tratta di un’adolescente. E poi anch’io comincio ad essere un po’ stanco.
Monique alza la mano e gentilmente mi chiede di andare in bagno. Faccio segno di sì con la testa. Magari l’ora dopo c’è qualche collega più bravo di me, penso.
Ma non ce n’è bisogno. Perché dopo neanche dieci minuti, all’intervallo, la vedo beata e spensierata ridere, come il suo solito, tra le braccia di un compagno.
Beata gioventù incosciente.