L’ora di ricevimento

Adesso i genitori si lamentano che per parlare con gli insegnanti dei loro figli devono prendere ferie.

I giornali puntualmente riportano la notizia del disagio di alcuni genitori. Speriamo solo a questo punto che la Gelmini non legga i giornali. Se no capace che ci fa pure un disegno di legge.

Che gli insegnanti infilino l’ora di ricevimento con i genitori in una delle loro non trascurabili ore buche tra una lezione e l’altra (magari a metà mattinata di un martedì o di un venerdì) è pacifico quanto ovvio.  Se devono stare a scuola a fare una mazza (lo dicono tutti, così lo dico anch’io), almeno utilizzino i loro tempi morti parlando con la mamma di quello o col papà di quell’altro.

Quando dovrebbero ricevere altrimenti? Alle sei di sera, dopo che gli impiegati hanno timbrato il cartellino e sono usciti  dagli uffici? O magari dopo cena, quando sono tutti più tranquilli e c’è meno traffico sulle strade?

A chi non frequenta le scuole se non per parlarci con gli insegnanti, sia chiaro comunque una cosa: l’ora (o le ore) di ricevimento degli insegnanti non sono pagate. Così come le ore buche che tutti gli insegnanti si cuccano ogni settimana. Infatti non sono comprese nelle leggendarie diciotto ore svolte settimanalmente dagli insegnanti. Che infatti non sono tante se paragonate alle quaranta di un operaio Fiat. Già ma a lui (al Cipputi) le ore che fa dentro la fabbrica gliele contano tutte, a noi insegnanti invece ci dicono che non dobbiamo timbrare (e questo sarebbe un vantaggio, ci dicono) senonchè le ore buche, col cazzo che ce le contano e pure le ore di ricevimento, per non parlare delle voragini sull’orario che devono avere quei poveretti (io per esempio) che insegnano su più scuole e passano le mattinate in macchina o in autobus per correre da una scuola all’altra. Chi non fa l’insegnante e per lavoro deve andare in trasferta, gliele pagano quelle ore (perché sono fatte in orario di lavoro, dentro le quaranta contrattuali). A noi insegnanti invece no perché noi dobbiamo fare solo diciotto ore. Diciotto ore di lezione, in aula coi mostri. Così sta scritto sul contratto.

E ci contano pure i minuti di quelle diciotto ore. Al punto che siccome facciamo mediamente solo 55 minuti di vera presenza in classe, adesso la Gelmini ha cominciato a dire che dovremmo recuperare quei cinque minuti che mancano all’appello. Mentre i quindici minuti di intervallo non si contano (non per niente si chiama intervallo direte voi) e nemmeno i dieci minuti prima della prima ora (bisogna arrivare prima delle bestie sennò quelli si ammazzano) o i cinque minuti dopo l’ultima, quando i prof, dopo aver fatto defluire le mandrie di bisonti,  rimettono il registro e le altre scartoffie ben ordinate nel loro armadietto.

Cinque minuti, solo cinque vedrai…

Vabbè, per oggi basta così.


3 Risposte

  1. tu pensa che non facciamo ore da 50 ergo 3 ore da recuperare che ci vogliono quasi calendarizzare in orario…ergo faremmo 18 ore che ufficialmente son 21 di didattica (senza contare i buchi e tutto quello che hai fatto bene a raccontare, quello che la gente non sa). Salutoni!

  2. beh, potremmo riceverli anche di domenica pomeriggio: sarebbe una splendida alternativa alla usuale gita familiare fuori porta al centro commerciale…che dici apprezzerebbero?
    ironicamente…

  3. Noi (scuola media) abbiam sempre fatto ore di 60 minuti.
    Le udienze io per anni le ho messe al sabato, così i genitori (la maggioranza) sarebbero stati a casa dal lavoro (lo so che dicono che il giorno libero ce lo abbiamo solo noi prof, ma, toh, capita che molti lavori abbiano il sabato libero di default).
    Comunque: sabato, magari sul tardi, udienze genitori.
    La fila? Seeee, come no… Ho compilato più registri io in quell’ora lì che il resto dei colleghi nella settimana.
    Il sabato, sappiatelo, si va a far la spesa.

Lascia un commento